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THE UNIVERSE BY EAR II Sireena Records 2019 SVI

Il secondo album del trio svizzero non porta alcun titolo, esattamente come l’esordio. Un po’ come capitava con gli ungheresi Korai Öröm, i lavori vengono quindi differenziati numericamente per ordine cronologico. Almeno per il momento. Ma la vera domanda è: che cosa suonano davvero questi benedetti ragazzi svizzeri? Sarà davvero prog? Beh, di sicuro è un miscuglio di elementi, accartocciati ed inseriti a forza in scanzonati brani alternative, di quelli che dovrebbero avere strofe e ritornelli melodici, ma che invece suonano dissonanti e come proprio non ci si aspetterebbe di sentire a chiusura di battuta. Ma c’è a chi piace, deprezzando invece la linearità di una canzone normale, e quindi…
Il punto è che Beni Bügin (batteria, voce), Pascal Grünenfelder (basso, voce) e Stefan Strittmatter (chitarra, voce) sanno suonare davvero, non nascondono di certo un’eventuale inadeguatezza strumentale dietro una posticcia interpretazione “alternativa”. Tanto per dire, “Bad Boy Boogie” è un gran rock con ritmiche Hendrixiane rese parecchio complesse da controtempi ritmici a tratti davvero complicati, mentre “Lessons from an Ordinary World” ha un inizio e dei lunghi intermezzi a sua volta complicatissimi, anche nelle parti più meditative. “Where All Sheep Are Black”, invece, presenta i cori alternative di cui sopra, seguiti da una fase strumentale che prende origine dalle dissonanze acute dei King Crimson e certa psichedelia che ha influenzato lo stoner, con andamento sabbathiano. E a proposito di questi elementi di riferimento, “Loudest Gorilla in the Cage” parte come un garage dove si pesta duro e va poi mutando nella sezione strumentale, in cui si passa per gli strascichi del già citato “Sabba Nero” e si giunge ad evocazioni esotiche in una coltre di gelido futuro, trasformando il pezzo in qualcosa di visionario anche nella parte cantata. Probabilmente il pezzo migliore, soprattutto per inventiva.
“Temperamental Apathy” è l’espressione della parte più “cosmica” dell’indie-rock e del post-rock, mentre la psichedelia più allegra del centro-Europa va ritrovata in “Follow The Echo” e inizialmente in “Euphoria”, la cui coda strumentale “tecnologica” risulta poi sinceramente inquietante. Da ascoltare anche “Sand…”, un’immaginaria colonna sonora con cui viaggiare nelle distese aride degli USA, tra note elettriche ed altre acustiche, seguita dalla parte cantata della successiva “…and Dust”. Il garage – in forte odore di hardcore – torna nel minuto conclusivo di “Transition Hairdo”. Questa è poi la componente da sottolineare: il vecchio garage in questo album è sempre presente, però viene ampliato da ritmiche complesse, assolutamente inusuali per il genere. Magari ci sarebbe da spendere un po’ più di attenzioni per le parti soliste, che necessiterebbero di una maggiore espressività… ma probabilmente l’intento di base era proprio di ricreare un certo tipo di effetto impersonale ed estraniante. Occhio comunque alle partiture di basso, l’elemento sostanziale che arricchisce i brani più complessi.
Forse tutto ciò non sarà esattamente prog, non nel senso classico del termine, però spesso ci si va abbastanza vicini. Del resto, ultimamente ci si lamenta dei soliti stereotipi e quando questo non avviene si inveisce contro l’esatto contrario! Ascolto non facile e magari non piacerà proprio a tutti, per usare un eufemismo. Però questo secondo lavoro va sentito più volte, per non fermarsi alla prima impressione, in modo da cogliere qualcosa che la prima centrifuga sonora aveva impedito di percepire.



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Michele Merenda

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