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PETER BANKS' HARMONY IN DIVERSITY The complete recordings (box 6 CD) The Peter Banks Musical Estate 2018 UK

Peter Banks è noto ai cultori di rock progressivo per essere stato il primo chitarrista degli storici Yes, poi sostituito da Steve Howe dopo due album. Oltre ad aver suonato con i Flash e gli Empire (i cui lavori sono stati pubblicati postumi negli anni ’90), Banks ha collaborato con molti prestigiosi colleghi e poi dato vita ad alcuni album solisti in cui ha spesso suonato quasi completamente in solitaria. Un’attitudine che ha portato per forza di cose verso i lidi della sperimentazione, magari anche avvicinandosi verso alcune soluzioni simili a certi guitar-heroes dallo stile inusuale, come ad esempio il primo Steve Vai. Poi, purtroppo, la sopravvenuta morte nel 2013, portandosi via un personaggio che ha orbitato probabilmente su un livello di notorietà decisamente più basso rispetto a quanto avrebbe meritato.

Il cofanetto in questione raccoglie tutte le incisioni del progetto denominato “Harmony in Diversity”, concepito più o meno a partire dall’autunno del 2004 e pubblicato nella sua interezza nel 2018, cioè cinque anni dopo la morte del chitarrista ed in occasione dei cinquant’anni di carriera proprio degli Yes. La storia che orbita attorno la nascita di questa esperienza musicale viene accennata dal batterista Andrew Booker nel libretto interno, lasciando capire che ci sarebbe da scriverci su parecchio. Assieme a Banks e allo stesso Booker fa parte del trio anche il bassista Nick Cottam, per una proposta che entra nell’orbita della sperimentazione ed improvvisazione. Il primo dischetto, “Struggles discontinued”, raccoglie registrazioni del periodo 2005-2006, estrapolate per lo più da un ADAT recorder, a suo tempo concepito per registrare otto tracce per volta, sfruttando un nastro magnetico simile a quello delle vecchie VHS. È possibile qui ascoltare delle trovate interessanti, come nella prima “The Number of the Beat”, che si apre in sintonia con l’andamento ritmico dei King Crimson anni ’80 – pare che Peter Banks e Rober Fripp fossero stati addirittura coinquilini –, per poi lasciarsi subito andare su scale chitarristiche vorticosamente avvolgenti sullo stile del Joe Satriani più mediterraneo e sognante. Oltre al bel lavoro nel finale di “Swing it”, occorre sicuramente citare “On the Sixth Attempt They Trod” che sfiora i dieci minuti, caratterizzata dalla chitarra solista tagliente con cui di tanto in tanto si fende un’atmosfera molto “rarefatta”. Detto di “On it”, dall’orribile ritmo danzereccio più impersonale ma per fortuna salvata (in parte…) dalle note suonate da Peter Banks, “Inversible Flaw” ha un gran lavoro di basso su base funky, senza però particolari spunti solistici. “Harmogeny A” potrebbe essere il prototipo delle sperimentazioni che la MoonJune Records sta da qualche tempo a questa parte eseguendo con i propri musicisti tra le pareti della Casa murada e in questa ottica potrebbe rientrare anche “Everything Ends In Nothing”, anche se il brano in sé denota una maggiore drammaticità poetica.

Il secondo dischetto sarebbe il primo album ufficiale vero e proprio, che vede Banks in compagnia solo di Booker alla batteria elettronica. Il titolo, “What is this?” sembra calzante, perché in effetti ci si interroga su che diamine si stia ascoltando… Quattro pezzi molto lunghi che a volte arrivano persino ai diciassette minuti, lasciati completamente all’improvvisazione su ritmi non certo spigliati. “Procyon B” è forse il pezzo migliore, che in dodici minuti si snoda all’interno di un cosmo il cui moto risulta piuttosto assonnato, con parti soliste che capita siano convincenti e fasi dello stesso Banks alla chitarra MIDI spesso funzionali all’andamento del brano.

Il terzo CD, “Trying”, vede il trio nuovamente all’opera e si apre con “No Harm”, cioè la prima sessione che i tre hanno eseguito assieme. Si avverte un ottimo affiatamento e le chitarre di Banks si sdoppiano lungo undici minuti di densa meditazione, tra fraseggi semi-acustici che suonano come mantra e lunghi vibrati distorti, oltre poi ad assoli psichedelici veri e propri. Effetto positivo creato anche da una batteria che in questo caso suona genuina e non posticcia a causa dell’elettronica. I pezzi confluiscono uno dentro l’altro, con risultati alterni. Interessante la seconda parte di “After You”, una specie di blues lento trasfigurato nella sperimentazione, ma anche il crescendo di “Mind the Doors”, che ricorda chitarristi dallo stile “acido” come il Tony Hill solista (a suo tempo storico leader degli High Tide), anche se qui le note scorrono spesso più veloci. Belle le basi di basso, grazie alle quali la batteria si dà alla pazza gioia. Come da titolo, questo dischetto racchiude tra i suoi pezzi quelle che sono le vere e proprie prove di affiatamento dei tre, che comunque sembrano complessivamente essersi trovati abbastanza in fretta a proprio agio. Da segnalare per pura curiosità “Sods at Odds”, una bonus divisa in più sezioni, nella seconda parte molto rockeggiante ma troppo ripetitiva, con un buono spunto verso il quinto minuto simile al contenuto del primo supporto ottico.

Un paio di mesi dopo, sospinto dall’entusiasmo, il trio si incontra nuovamente e crea il seguente “Try again”. È la continuazione ideale del precedente lavoro, eseguito anche stavolta nel 2004 in un’unica sessione ma con alcuni overdubs. Fa eccezione “Almight Dog”, estrapolata da quel famoso ADAT recorder; tredici minuti abbondanti di interessantissima psichedelia chitarristica, molto vivace, quasi zappiana, ben supportata dagli altri due compagni di viaggio. Da citare anche “Some Things Are Best Left Upside Down” per il basso dalla precisione chirurgica di Cottam e per gli assoli incalzanti di Banks che si alternano a stridori tipicamente Frippiani. “Everythnig is Green” è invece una specie di evocazione crescente, molto visionaria come da titolo, che però si dilunga troppo in quasi sette minuti; gli accennati assoli di chitarra sarebbero dovuti essere a un certo punto meglio sviluppati. Interessanti anche la funkeggiante title-track e la più quieta “Over”.

Il quinto “Hitting the fans” è un live. La prima “Tropical Moon” è estrapolata da una gig del 22 ottobre 2004, in cui Peter Banks suonò gli ultimi quaranta minuti in una esibizione dei Pulse Engine, cioè il duo formato proprio da Booker e Cottam. Da un’altra gig arriva “Out of the Garage”, mentre altri pezzi vengono fuori dal tour denominato “3 of the Essence”, per il quale non venne ritenuto opportuno effettuare alcuna prova. Il risultato finale, nonostante alcune buone premesse come “The Consequence of Going Nuts”, porta spesso a qualcosa di dispersivo. Interessante in chiave chitarristica “Gallopsiding”.

Nel 2006, a causa di un errore di trascrizione sul biglietto di volo per Filadelfia – a nome di Peter Banks, ma il vero cognome era in realtà Brockbanks, quindi da invalidare! – e la mancata partecipazione al RoSfest di quell’anno, i rapporti tra l’ex Yes e Booker si incrinarono irrimediabilmente. Quindi, come racconta Cottam, dopo aver perso allo stesso tempo un musicista e un amico, il vecchio Peter entrò in una lunga fase di silenzio (letteralmente). La situazione cambiò quando lo stesso Nick Cottam chiamò un nuovo batterista, Dave Speight. Con lui venne realizzato l’ultimo “Spontaneous Creation”. Dopo le prime avvisaglie elettroniche, “Budanopest” si presenta con dei riff bollenti a cui seguono fasi soliste hendrixiane folli, un po’ sulla scia di Terry Brooks & Strange. Segue l’atmosferica e a un certo punto quasi jazzata “One Night in Budapest”. Il contenuto di quest’ultimo lavoro consiste anche stavolta per lo più in jam sessions poi ridimensionate; ma non essendoci più Booker, che si era dimostrato un ottimo professionista in tal senso (oltre a disporre delle apparecchiature necessarie), sorsero diversi problemi e questo lo si può cogliere nel taglio di molti brani. Ci sono comunque buoni spunti, come quello fugace su “Floating World”, la seconda parte di “Bruno”, “Now Now” tipo primo Bevis Frond, “Where’s Jamie?” che scorre libera.

Nel libretto sono riportati molti aneddoti di un’avventura partita bene e che sembrava procedere ancora meglio, ma che poi non si concluse felicemente anche per quelli che furono definiti dei veri e propri fiaschi, oltre ovviamente alle succitate vicende personali. Rimane comunque questa corposa testimonianza, la cui resa sonora risulta costantemente buona. Sarà sicuramente appetibile per gli amanti della sperimentazione, oltre al fatto che Peter Banks sulle sei corde ci sapeva davvero fare.



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Michele Merenda

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