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DARWIN DarWin 2: a frozen war Origin of Species LLC 2020 UK

Il misterioso DarWin torna col suo progetto prog-metal intriso di trovate fusion, continuando a portare avanti in questa seconda uscita le tematiche fantascientifiche dalle fortissime connotazioni sociali. Viaggi nel tempo e imminenti disastri climatici sembrano argomentazioni di cui il titolare in questione sembra essere quasi il protagonista diretto, avvolto com’è da un alone impenetrabile di mistero che accompagna addirittura le sue origini. Posto che quasi tutti lo indicano come britannico, qualcuno ha parlato di lui come israeliano e addirittura islandese. Andando oltre, il nostro compone i brani, li abbozza con i vari strumenti e poi ne assegna le relative partiture a differenti collaboratori. Oltre alla stretta collaborazione col famoso batterista Simon Phillips, qui spicca la presenza di Matt Bissonette, generalmente noto come bassista (lo si ricorda nella sezione ritmica di Joe Satriani, assieme al fratello Gregg alla batteria), che qui però si distingue inaspettatamente come vocalist.
Il promo è davvero spoglio e non compaiono i nomi dei musicisti; occorre attuare una ricerca online per appurare che le sezioni d’archi sono opera del Reykjavik String Quartet, oltre a notare la presenza di nomi importanti tipo quello di Billy Sheehan al basso o di chitarristi del calibro di Greg Howe e Guthrie Govan. Sempre tramite internet, sembra di capire che l’esecutore dei due assoli sull’iniziale “Nightmare of my Dreams” sia proprio Govan. Le voci sovrapposte e dissonanti nella parte conclusiva di ciascuna strofa di “Future History” sanno molto di quell’alternative che circolava nel periodo post-grunge, intramezzate da una fase chitarristica connotata inizialmente da tutta una serie di legati e poi da parti ancora più complesse che a tratti sfiorano lo stile di Satriani. Si tratterà forse di Greg Howe, in questo caso? E quanto ci sarà ad opera dello stesso DarWin alle sei corde? Mistero.
“Eternal Life” ha un refrain tipico delle ballate metal statunitensi degli anni ’80, crescendo però di livello con gli assoli centrali, duri e taglienti, sia di chitarra che di tastiera. Se per i primi si può pensare nuovamente a Govan, i secondi sembrerebbero opera di Derek Sherinian (alle keyboards è presente anche Jeff Babko). Buona la chiusura affidata agli effetti di chitarra, soprattutto sull’acustica di Alex Sill. Quest’ultimo è artefice di buoni intarsi, sempre acustici, sulla seguente “A Frozen War”, caratterizzata comunque da un riff portante molto pesante alternato da parti più ariose. Sette minuti e mezzo sembrano però troppo lunghi e l’assolo tastieristico finale poteva arrivare già prima. Si conclude con “Another Year”, un bel brano AOR in cui Matt Bissonette fa la sua positiva figura duettando con una voce femminile di cui non è dato sapere l’identità, così come non si è in grado di conoscere chi va ad eseguire i passaggi chitarristici solisti (sempre azzeccati gli inserimenti di Sill con la sua acustica, comunque).
L’album finisce qui. Cinque sole canzoni, tutto sommato piacevoli, sicuramente più vicine ad un certo heavy-rock “adulto”, in alcuni tratti con chiare tendenze AOR, piuttosto che al prog-metal vero e proprio. Buona competenza e capacità tecniche all’altezza, ma con i nomi coinvolti sarebbe stato molto strano il contrario. Di certo non ci si erge dalla massa di uscite odierne e l’anonimato con cui viene presentato l’album sicuramente non aiuta.



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Michele Merenda

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