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CELESTE Il principe del regno perduto Mellow Records 2021 ITA

Ripresa a pieno regime l’attività con il suo progetto Celeste, Ciro Perrino ci propone un nuovo album di inediti che segue “Il risveglio del principe”, datato 2019. Se quest’ultimo era stato un ritorno in grande spolvero della gloriosa sigla, il nuovo parto è un ulteriore passo avanti. Perrino si presenta con il suo solito armamentario di tastiere ed è affiancato da musicisti che mostrano un perfetto affiatamento e che rispondono ai nomi di Francesco Bertone (basso), Enzo Cioffi (batteria), Sergio Caputo (violino), Marco Moro (fiati) e Mauro Vera (chitarre). In più, un po’ di ospiti al pianoforte, ai fiati e alle voci. La musica dei Celeste si conferma soffice, raffinata, ipnotica, pregna di romanticismo e caratterizzata da ritmi compassati e mai sopra le righe. Sono vocalizzi femminili eterei ad aprire il disco e “Baie distanti”, una composizione che prosegue in maniera un po’ misteriosa con tastiere e tocchi di batteria, prima di aprirsi verso i due minuti verso quel sound rilassato tipico dei Celeste. Chitarra, flauto, sax e tastiere si alternano in delicate melodie prima dell’entrata della voce pacata di Perrino. Inizia così un susseguirsi di emozioni e suoni per questo brano di prog sinfonico sognante, caratterizzato da eleganti intrecci di strumenti (e comincia ad inserirsi anche il violino) e che va a superare i nove minuti. A seguire il pezzo forte dell’album, la suite “L’ultimo viaggio del principe”, che dura ventiquattro minuti e mezzo. Qui Perrino dà il meglio di sé: gioca con una serie di temi, melodie, cambi di tempo, passaggi classicheggianti e trovate varie donando un fascino tutto particolare a questa lunga traccia. Le tastiere restano un punto di riferimento di base, con tanto di parti incantevoli di mellotron, ma la ricchezza strumentale e la qualità degli interventi dei musicisti creano un alone di magia che si mantiene per tutta la durata della composizione. E il tutto scorre via in maniera fluida, senza la minima forzatura, con equilibri perfetti tra timbri, colori, ritmiche e parti cantate che vedono anche interventi da opera lirica. Gli altri cinque brani sono costruiti in maniera simile, sempre con quell’eleganza di base e questi lunghi discorsi strumentali ad ampio respiro, rafforzando la solidità e l’omogeneità del disco (che si avvicina alla durata totale di sessantatré minuti) e, nonostante questo indirizzo ben delineato, senza mai mostrare attimi di stanca. Ulteriore punto di forza è una registrazione brillante, che fa risaltare la separazione degli strumenti, mettendo ancora più in luce le egregie esecuzioni dei musicisti. Un lavoro che davvero sarà una gioia per chi ha i Celeste nel cuore, sia per gli album degli anni ’70, sia per il recente rientro sulle scene.



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Peppe Di Spirito

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