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TWENTY FOUR HOURS Ladybirds Andromeda Relix 2022 ITA

Settimo album ufficiale (non contando “Open”, pubblicato nel 1988 solo su cassetta) per la band nata a Bari durante gli anni ’80 e che poi esordì discograficamente agli inizi del decennio successivo. Una realtà che si portava dietro il retaggio musicale dei periodi precedenti, tra psichedelia e new wave, debuttando – si dice – su incoraggiamento di un certo Nick Saloman, in arte Bevis Frond. I passaggi per label come la sanremese Mellow Records e la francese Musea hanno sicuramente contribuito a sviluppare maggiormente l’ispirazione prog-rock, andando così a “contaminare” ulteriormente la loro proposta. Nonostante un lungo stop, che poi ha rivisto i nostri tornare sulle scene con nuovi lavori, il nucleo storico è rimasto intatto fin dal 1987, con il tastierista/cantante (e all’ukulele) Paolo Lippe, il chitarrista Antonio Paparelli ed il batterista Marco Lippe. Peraltro, da un paio di lavori a questa parte la formazione è rimasta invariata, includendo Elisa Lippe, che cura le pari vocali femminili, e Paolo Sorcinelli, prevalentemente al basso ma anche alla chitarra classica ed elettrica. La parti coinvolte si dimostrano quindi affiatate, creando (in certi frangenti) partiture anche fin troppo “abbondanti”, con sovrapposizioni che in un primo momento sembrano letteralmente “strabordare” da tutti i lati. Di sicuro, l’inserimento del sassofonista Ruggero Condò ha donato maggiori sfumature ed aperto più possibilità creative. A dire il vero, pezzi come l’iniziale “Crevasses and Puddles” e “Unexpexcted Results” fanno pensare ai connazionali Goad, sfruttando quindi un prog decisamente non convenzionale e contaminato soprattutto nel secondo caso dalla dark-wave. Anche l’uso della voce mostra dei punti di contatto col fare quasi narrante e allo stesso tempo sferzante di Maurilio Rossi, pur non ostentando (in entrambe le situazioni) chissà quale capacità di estensione. Il primo pezzo citato deve molto agli effetti ricreati tramite eco e percussioni, l’altro è invece caratterizzato da degli spunti solisti interessanti su tastiera e ancor più sulle sei corde. Sempre in ottica new wave va indubbiamente sentita “Ghost Pension”, resa maggiormente varia dalla voce di Elisa Lippe, sicuramente più calda e orecchiabile. Qui, oltre a un uso più complesso della batteria rispetto al genere sopra citato, c’è anche da prestare orecchio agli inserimenti tastieristici, che ricordano quelli sfruttati dai Rush durante gli eighties. Un lavoro particolare tra prog, new-wave e psichedelia viene eseguito su “Permanent War”; il suo soffuso e contorto andamento, accompagnato da un sax molto evocativo, ricorda le trovate dei Taylor’s Universe del danese Robin Taylor. Qui non vi sono virtuosismi bensì la ricerca della creatività, sovrapponendo voci in varie lingue, soprattutto l’italiano, scandendo verità a loro modo inesorabili.
Tra le novità di questa nuova uscita vi è proprio l’uso della lingua nazionale in alcuni brani. Si è parlato molto, tra gli addetti ai lavori, della prog-ballad “Una Perla Vive Nascosta Tutta la Vita”, giocata molto sulle atmosfere; ma “Why Should I Care for Strangers!” risulta non solo migliore nel confronto diretto, ma anche nel computo complessivo di tutti i dieci brani qui presentati. In entrambe le tracce il pianoforte è suonato da Marco Lippe, capace di ricreare sempre una buona connotazione. A risultare azzeccatissimo è il cantato che si avvicina molto a quello di Roger Waters, in una dimensione stile “The final cut” (1983), abbinando un uso dei fiati che oltre ai Pink Floyd stessi si rifà maggiormente ai Van der Graaf Generator, soprattutto quando il pezzo si riprende di colpo dopo sei minuti. Più o meno sullo stesso livello si trova “Eterno Grembo che Dona”, maggiormente sul versante floydiano, caratterizzata nel finale da un bel dialogo tra chitarra e sax; se la traccia fosse durata un po’ meno, sarebbe stato bello sviluppare ulteriormente questa interazione tra i due strumenti. Il fattore di rilassante atmosfera sembra permeare la parte finale, come parrebbe ascoltando “Caroline”; ma dopo tre minuti si scatena ciò che si dimostra un più che evidente tributo alla già citata band di Peter Hammill, dando vita al caos stridente simile a quello di “Man-ERG” su “Pawn hearts” (1971). Passati i sei minuti, questa fase rumoristica - ulteriormente addensata con voci sovrapposte - volge nuovamente alla quiete, trascinandosi poco oltre l’ottavo minuto. Un minutaggio analogo a quello della conclusiva “Hypocrite and Slacker God”, quasi bucolica grazie al violino dell’ospite Francesco D’Orazio, che però viene tirata fin troppo a lungo.
Questo nuovo lavoro, che curiosamente ha una copertina molto simile a quella dell’esordio datato 1991, desidera riportare in asse il valore della vita con il relativo amore per essa, ristabilendo quell’equilibrio perso a causa degli anni di pandemia, situazione ulteriormente aggravata dall’incalzare della guerra. Le coccinelle del titolo, fotografate anche all’interno della confezione, vorrebbero essere proprio un augurio di rinnovata e ritrovata fortuna, capace di riportare ad una filosofia di vita opposta ai disagi pandemici e alle scelte che portano verso guerre sanguinose. L’ascolto è molto piacevole ed i contenuti si arricchiscono man mano che gli ascolti stessi aumentano. Un buon lavoro, davvero, che denota anche con una sua originalità, nonostante i riferimenti citati.



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Michele Merenda

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