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SUPERSISTER |
Nancy never knew |
Soss Music / Sony Music |
2025 |
NL |
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Col senno di poi non si può vedere come una semplice esperienza estemporanea il Supersister Projekt del 2019 che fruttò l’album “Retsis Repus”. Da quel momento la gloriosa sigla è stata riproposta recuperando materiale d’archivio, in particolare con il “Live in Scheveningen 1972” uscito nel 2021 e con il più recente “The Elton Dean sessions”, datato 2024. Ma si è trattato solo di un prologo del vero e proprio ritorno dei Supersister, con questo nuovo album “Nancy never knew”. Se “Retsis Repus” vedeva tanti musicisti coinvolti, stavolta il gruppo si presenza in una veste essenziale, come trio composto dalla mente storica Robert Jan Stips alle tastiere e alle parti vocali, dal bassista Rinus Gerritsen (dei Golden Earring) e dal batterista e percussionista Leon Klaasse. Niente fiati e giusto un accompagnamento orchestrale in un paio di pezzi; di conseguenza, strutture meno articolate a quanto ci avevano abituati, ma la classe resta immutata e ci sono diversi momenti di interesse ascoltando questo lavoro. A partire dall’incipit “Something in return”, caratterizzata da una verve brillante ed un sound solido che lascia una buona impressione col suo orientamento verso un prog che abbina epicità e melodie un po’ strampalate, vagamente su quella scia canterburiana che un po’ ha sempre rappresentato un’influenza per i Supersister. Proseguendo l’ascolto, tuttavia, la sensazione principale è che i musicisti si limitino a svolgere un compitino preciso, ma poco ispirato. Emblematiche “Out of the darkness”, che con i suoi oltre nove minuti è la composizione più lunga dell’album, ma va avanti tra alti e bassi, e il pop-rock poco incisivo di “Anywhere the wind”. C’è comunque qualche guizzo importante nella seconda parte, vedi, in particolare, “Never in a 100.000.000 dreams” che rimanda ai fasti storici e che è guidata da un tema scoppiettante come ai bei tempi, ma anche alcuni brevi interludi strumentali tra ambient ed eleganza classicheggiante. Curioso, ma poco attinente al contesto, il minuto estratto dal meraviglioso “Pudding & gisteren” del 1972. La morte del flautista storico Sacha van Geest nel 2001 aveva di fatto bloccato l’attività dei Supersister, che aveva subito un altro duro colpo con la morte del bassista Ron van Eck nel 2011, dopo una reunion per una comparsata in televisione l’anno precedente, in cui avevano eseguito due canzoni. Fa indubbiamente piacere ritrovare oggi un nome così importante sul mercato. Il disco, come detto, va avanti per lampi e nei momenti più ispirati è un gran piacere ascoltare le note proposte. Nel complesso, tuttavia, non regge minimamente il confronto con quelle pietre miliari realizzate negli anni ’70 e appare più come un’occasione mancata. Vorremmo tanto sperare in un seguito in cui Stips e soci mettano più a fuoco le cose e possano proporre con il loro talento nuova musica qualitativamente più vicina agli standard del passato, ma le parole della canzone conclusiva “The last chord open” (eseguita dal solo Stips con piano e voce) appaiono più come un canto del cigno: “Let’s sing this final song and leave the last chord open, we would love to but we can’t, we all know there won’t ever be no first time again”.
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Peppe Di Spirito
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