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STERBUS Black and gold Zillion Watt Records 2025 ITA

Dopo un’assenza di tre anni dal precedente collage intitolato “Solar barbecue” (se parliamo di full-length gli anni passati diventano quattro), gli Sterbus tornano con un album dedicato a varie persone, tra cui il percussionista Tim Quy dei Cardiacs, deceduto nel 2023. Ma il duo romano – formato dal cantante polistrumentista Emanuele Sterbini e dalla cantante/fiatista Dominique D’Avanzo – abbraccia anche la figura della scrittrice Virginia Woolf, tributandole due brani molto significativi.
Il loro è art-rock atipico, che guarda ovviamente ai già citati Cardiacs e agli XTC, andando cioè oltre al pop e all’indie, continuando a omaggiare figure cardine come quella di Frank Zappa e rimandi prog ben precisi, in particolare i King Crimson. Ma non si può non cogliere l’ispirazione che arriva direttamente dalla multiforme Canterbury, oltre ad una componente folk-rock britannica molto presente in quest’ultima pubblicazione. Ne è emblema la breve “Any longer” posta all’inizio, il cui tema portante acustico è stato ampiamente sfruttato da parecchie band. Ecco però “Alfriston two four five”, primo tributo alla Woolf. Quello riportato nel titolo era infatti il numero di casa a Charleston della sorella Vanessa, dove la famiglia si era riunita in attesa di notizie dell’artista scomparsa; ed infatti il testo parla proprio del senso di attesa, finché… “Chosen the stones/ To fill the pockets/ Down the river/ Virginia flows”. Il 28 marzo 1941, all’età di 59 anni, Virginia Woolf si riempì le tasche di sassi e si gettò nel fiume Ouse, ritrovata dopo diversi giorni. La canzone esprime la sensazione di vuoto che si vive fino al momento d’esser raggiunti dalla ferale notizia. A livello strumentale, il pezzo viaggia su binari folk/canterburyani (non se ne abbiano a male i puristi, ma qua si va per fortuna oltre gli stereotipi), giocando in un primo momento sui controtempi delle corde acustiche e dei fiati, prima di lasciarsi andare all’atmosfera da oblio di cui sembrano essere pregne le umide campagne del Sussex, dove morì l’artista. Poi, vengono fuori i Cardiacs, i ritmi si fanno concitati, lasciando che trombe e tromboni siano il preludio all’assolo finale del chitarrista Edoardo Taddei.
I testi sono stati scritti da Dominique in un momento (per sua stessa dichiarazione) molto difficile e in “War waltz” sembra riecheggiare quel senso di insicurezza amplificato dagli eventi bellici, che portarono la stessa Virginia Woolf a distaccarsi irrimediabilmente da un mondo in cui non si riconosceva. Questo potrebbe essere un altro tributo, scritto senza orpelli, in maniera assolutamente lucida e scevro d’illusioni, pur mantenendo il proprio pensiero di fondo. Il quartetto d’archi eseguito da Layer Bows ed arrangiato da Paolo Sala mantiene la bucolica ambientazione d’Albione, già tracciata fin dalle prime battute del lavoro. È un tratto d’unione con “Virginia flows”, in cui Debz Maher legge perfettamente i versi composti dalla scrittrice per “To the lighthouse” (“Al faro”), ricreando qualcosa che sarebbe potuto comparire su “Joe’s garage” di Frank Zappa, grazie anche alla linea di basso distorto ad opere di Sterbini, spina dorsale del brano che poi termina con un assolo in stile Camel (ma forse più simile ai nostrani Grimalkin, chi li ricorda?) eseguito da Peter Lawson. Episodio che dura solo due minuti e mezzo, lasciando il desiderio di ascoltare qualcosa in più.
Su “Two elms” sembra esserci qualcosa di floydiano, prima che subentri di colpo anche altro, mentre l’interessante strumentale “The greatest possible happiness” ha una giocosità ancora tipica di Canterbury, inframezzata da un breve assolo di chitarra Zappiano. “Undone” potrebbe ricordare i Radiohead, con una coda strumentale finale che però non viene sviluppata e questa sembra essere diventata la costante dell’intero lavoro: composizioni abbozzate che avrebbero potuto presentare ben altre potenzialità. Più articolata “Careful of neon knights”, il cui corollario è la strumentale “Down the reverb” per sola chitarra acustica, messa subito dopo in conclusione.
Come detto, ci sono idee molto buone, che però sembra non si siano volute ampliare; forse per non stancare gli ascoltatori o forse perché si voleva rimanere apposta in uno stato di approssimazione, in quella dimensione “brumosa” tanto descritta all’inizio. Resta il fatto che il duo – supportato costantemente qui dal batterista Alessandro Palermo, oltre ai numerosi ospiti – sembra proprio portare avanti quella vocazione con cui non ci si prende mai troppo sul serio. Una presa di posizione precisa, che fu fatta propria da molti esponenti della scena di Canterbury stessa, che a molti di loro non portò il riconoscimento di pubblico che invece avrebbero meritato. E non certo perché i loro lavori fossero troppo complessi, perché la motivazione non era questa. Beh, per i nostri sembra accadere la medesima cosa. Probabilmente loro ne sono consapevoli… e va bene così.

 

Michele Merenda

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