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LEO NERO Monitor EMI/CBO Records 1980 (Black Widow Records 2025) ITA

Entrato a diciassette anni nel Balletto di Bronzo per il secondo storico album “Ys” (1972), il magmatico tastierista e cantante campano Gianni Leone ha poi preso praticamente controllo della hard-prog band e di tanto in tanto ne ha rispolverato il nome. Ma nel 1977 aveva pubblicato il proprio album solista “Vero” col nome di LeoNero, per poi volare negli USA e dare alla luce un lavoro che si distanziasse ancora di più dal gruppo madre, messo per il momento in naftalina. La Black Widow Records ha ristampato un album sicuramente coraggioso, che rompeva con quanto fatto in precedenza e sfidava platealmente il corso musicale del momento.
Leone si è sempre dimostrato un personaggio eccessivo, teatrale, in cui ancora oggi la maschera kitsch diventa tutt’uno con l’ostentazione tastieristica. Un artista che si ritaglia con prepotenza il proprio ruolo anche in quell’inizio di anni ’80, dove ci si trasfigura in forme androgine e cariche di make-up, abbandonando l’espansione della coscienza a (s)favore di una chimica votata all’autodistruzione umana, facendo così posto al freddo di stanze piene di bottoni e calcolatori. Eppure, quando si dice che con questo ritorno Leo ha voluto tagliare i ponti col prog, non è del tutto vero; quello che era il primo lato del vinile, lo vedeva all’opera con la Optical band, composta da musicisti di tutto rispetto. L’iniziale “Strada” (si dice sia stata censurata, all’epoca) potrebbe ricordare alla lontana i Goblin e non si può certo non ignorare i King Crimson; anzi, potrebbe anche somigliare al nuovo corso intrapreso dalla rinnovata band di Robert Fripp, solo che quest’ultima sarebbe tornata ufficialmente con un nuovo album nel 1981, cioè l’anno successivo a questa pubblicazione. Segue la breve strumentale “Segmento”, compatta e allo stesso tempo ballabile, prima di arrivare a “Piangi con me”, cover dei Rokes (testo in italiano di Mogol) resa alienante da un arrangiamento che fa suonare grottesco il testo originale e con un ritornello finale volutamente fastidioso. I restanti tre pezzi strumentali di questa facciata riprendono gli elementi del brano d’apertura, aprendo la strada a ciò che sarebbe potuto essere il concetto di “rock progressivo” in quello specifico arco di tempo. “Optical surf beat” contiene i germi dei futuri Calibro 35, “Anaconda” è un autentico serpeggiare tra esperimenti elettronici (pezzo interessante, che andava sviluppato di più) e “LeoNero messa beat” si dimostra irriverente fin dal titolo.
Il secondo lato vedeva Leone da solo, con sintetizzatori e batterie elettroniche. Già “Volpe robot” sembra la colonna sonora dei primitivi videogiochi (lasciamo perdere il testo, che doveva essere probabilmente rivolto a qualcuno che non stava troppo simpatico), passando per altri episodi in cui i circuiti mandano i loro impulsi ripetitivi e spersonalizzanti. Magari, una canzone come “Abat-jour” mostra una maggiore ricerca di classe, quasi da cantautorato, così come “Né ieri né domani”, con questo telefono che squilla di continuo in sottofondo.
Tra le bonus tracks – quattro in totale – si distinguono la jazzata e mondana “Stanchiamoci insieme” del 1982 con una band vera e propria – dove comunque non si resiste a parlare di carne tormentata, in stile Cronenberg –, segnalando il bel lavoro ai fiati e anche al basso. C’è poi “Un’eccitazione nuova” del 1984, in cui il tono da sberleffo sparisce e ci si fa più seri, anche se permane la tematica di inquietudine ed insoddisfazione costante.
Un lavoro che sembra voler sia denunciare che farsi portatore dei tempi, andando al contempo fuori dai parametri, stupendo e – per il periodo – scioccando. Era ed è Gianni Leone, che ha portato i suoi eccessi scenici in qualunque terreno si sia mosso. Album a suo modo storico, paradossalmente non concepito per piacere ma per colpire, affermandosi comunque come proposta valida. Non certo una pubblicazione per i classici prog fans, questo è certo.

 

Michele Merenda

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