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AREKNAMES Love hate round trip Black Widow 2006 ITA

Giusto per aprire questa recensione con una banalità, non posso esimermi dall'affermare che "Love Hate Round Trip" si candida a divenire una delle uscite più importanti di quest'anno. Se il primo omonimo disco degli Areknamés aveva fatto quasi gridare al miracolo, "Love Hate Round Trip" è la sua logica continuazione e maturità. Al primo ascolto sono rimasto piacevolmente spiazzato dal potentissimo riff doom del brano d'apertura "The Skeletal Landscape of the World", le sonorità si sono ulteriormente indurite, un indizio di qualche piccolo assestamento di line-up: Michele Epifani, sempre eccellente tastierista, vocalist psicotico nonchè mente attiva della band, affida tutte le parti di chitarra a Stefano Colombi, nuovo entrato insieme al batterista Simone Antonini. Ad una rinnovata ed esplosiva energia si lega una certa maturazione sul piano della composizione e degli arrangiamenti, nei quasi ottanta minuti che coprono questo doppio album gli Areknamès ci lasciano ben pochi attimi di tregua: basterebbero i primi quattro brani per lasciarci appagati, specialmente dopo l'ascolto di un piccolo capolavoro apocalittico-orrorifico come "Deceit" (con un finale che sembra uscire direttamente da uno zombie movie di Fulci), invece il viaggio continua implacabili verso territori pregni di gotica sofferenza... "Snails" è una ficcante e tetra cover tratta dal primo album dei Gnidrolog, "Ignis Fatuus" nei suoi undici minuti è probabilmente il brano che più si avvicina ai Van Der Graaf Generator, con un finale in crescendo davvero memorabile e delirante; in "Stray Thoughts From a Crossroad" si riaffacciano le influenze "canterburyane" di Epifani ed è insieme a "The Web of Years" una ballata desolata ed inquieta; "Someone Lies Here" ci offre un altro aspetto della musica degli Areknamés ed anche in questo caso sono rimasto piuttosto sopreso, sonorità ed atmosfere si avvicinano agli ultimi Anathema, a tratti la voce di Epifani richiama alla mente Roger Waters... "Love Hate Round Trip" è in definitiva un lavoro più complesso e sofisticato del precedente, forse ancor meno legato a certi stereotipi anni settanta, da ascoltare, riascoltare ed interiorizzare...

 

Giovanni Carta

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