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BAROCK PROJECT Rebus Mellow Records 2009 ITA

Avevamo già seguito l’esordio di questo promettente gruppo italiano, che si era mostrato non privo di difetti, ma estremamente interessante e apprezzabile nell’album “Misteriosevoci”. A due anni di distanza da quel debutto, sembrano svanite le ingenuità e “Rebus” si mostra lavoro notevole e maturo. Ancora più che nel primo disco, in questa occasione si accentuano le influenze derivanti da Emerson, Lake & Palmer e viene quindi proposto un rock sinfonico altisonante, con tastiere protagoniste principali, pronte a lanciarsi in esibizioni di alta qualità. Il keyboards-man Luca Zabbini sfodera una prestazione a dir poco maiuscola, esibendo un talento, una tecnica e delle capacità compositive che forse hanno pochi eguali nell’attuale panorama italiano. Anche se Zabbini è autore principale di testi e musica, i suoi compagni d’avventura non sono certo delle semplici comparse e, così, Luca Pancaldi alla voce, Giambattista Giorgi al basso, Gicaomo Calabria alla batteria e Max Scarcia alle chitarre danno un contributo fondamentale e mostrano una coesione di gruppo che permette la piena riuscita del nuovo parto. I dieci brani che formano “Rebus” evidenziano la vena classicheggiante di base, dettata dai temi improntati dalle tastiere (stupendi in “Don Giovanni”, la composizione più solenne), che, di volta in volta, si fonde con una verve energica (come nell’opener “Corsa elettronica”, in “Save your soul” e in “My enemy”), con spunti più melodici, quasi alla ricerca di una orecchiabilità immediata e con tracce di allegro prog mediterraneo. Tutte le composizioni risultano intriganti e pienamente convincenti e vien fuori perfino quella capacità di sintesi che spesso manca a chi si cimenta in questo filone, tanto è vero che per la maggior parte la durata delle varie tracce si aggira tra i quattro e i sei minuti (eppure non mancano i cambi di tempo, gli intrecci e gli assolo che tanto piacciono a chi ama il rock sinfonico). Inoltre, anche quando si cimentano sulla lunga distanza, vedi i dieci minuti di “Akery” che riporta a certo romanticismo italiano dei seventies (alla Locanda delle Fate, tanto per intenderci), o i nove di “Duellum” in pieno ELP style, i Barock Project ne escono vincitori. Sicuramente uno dei più bei dischi filo-emersoniani italiani tra quelli usciti dopo gli anni ’70.


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Peppe Di Spirito

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