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THE ENID Invicta Operation Seraphim/Enidsongs 2012 UK

Gli Enid sono per certi versi una band sconcertante, sin dall’esordio discografico del 1976, che li catapultò in un mercato discografico nel quale il rock progressivo iniziava a venir dato per spacciato a causa dei calci rabbiosi che il punk distribuiva con furia per annunciare al mondo la sua nascita. E proprio il primo album, “In the region of the summer stars”, con la bellezza delle sue melodie e la ricerca di un classicismo sinfonico esasperato, non poteva essere più distante dalla rozza furia di una musica che di lì a pochi anni avrebbe in sostanza tradito le aspettative che aveva creato. Gli Enid invece resistettero, tenaci nel portare avanti il proprio discorso musicale, supportati da uno sparuto gruppo di estimatori, ai quali evidentemente poco importavano le mode, tra numerosi cambi di formazione che videro il faro guida di Robert John Godfrey rimanere acceso album dopo album sino ad arrivare ai giorni nostri. Nel 2013 gli Enid esistono ancora, sempre misconosciuti e sempre capaci di creare musica spettacolare, con Godfrey ed il batterista Dave Storey unici componenti rimasti della formazione originaria, accompagnati da un gruppo di musicisti che sa ben interpretare la musica e lo spirito di un delle cult band più valide del progressive.
“Invicta” in qualche modo chiude un cerchio ideale col passato, riprendendo in alcuni punti atmosfere e arrangiamenti presenti su “In the region of the summer stars”. È quindi un album fatto di composizioni cariche di romanticismo struggente, guidate dalle tastiere e dai suoni da orchestra sinfonica, oppure elettronici ma sempre mirati a suscitare il risveglio di emozioni nascoste e a focalizzare l’attenzione verso l’ascolto creando un continuo senso di attesa verso la musica. Tutto ciò è il risultato dell’abilità compositiva di Robert John Godfrey, ben coadiuvato dagli altri componenti della band, soprattutto nella persona del chitarrista Jason Ducker, che scrive sezioni puramente sinfoniche e altre più tendenti al rock, ma con un’omogeneità di fondo molto evidente. L’inizio è lento, con una breve introduzione cinematografica che prepara il terreno per una coppia di brani spettacolari, “One & the many” e “Who created me”, il primo giocato prevalentemente su pacate melodie studiate per spianare la strada al maestoso finale, il secondo carico di tensione e teatralità, con la componente rock che emerge lentamente ma inesorabilmente fino a liberarsi nell’epico refrain. Riesce ad emergere nella trama strumentale, sempre dominante quando si ha a che fare con gli Enid, l’incredibile voce di Joe Payne, dal timbro potente e limpido e dall’estensione infinita. I restanti brani sfruttano molto questa voce, creando arrangiamenti che la pongono in primo piano inserendola in gustosi impasti corali ricordanti i migliori Queen (non quelli di certi brani da operetta ma quelli più maestosi e raffinati), sia che si tratti di composizioni virate più verso un gradevolissimo e malinconico pop-rock progressivo (“Execution mob”, “Leviticus” e “The whispering”) oppure splendidamente costruite sulla tensione e la drammaticità delle melodie (“Witch hunt” e “Villain of science”). Rimane “Heaven’s gate”, che insieme a “One & the many” farà correre i brividi lungo la spina dorsale agli adoratori di “In the region of the summer stars” per il modo con cui riprende certe sue atmosfere rarefatte e sognanti.
“Invicta” è semplicemente un album splendido, probabilmente un capolavoro. Al suo interno c’è tutta la magia sinfonica degli Enid, ma anche il rock, l’opera, il teatro ed il cinema, ed una capacità di usare la musica in maniera evocativa e descrittiva che ha del miracoloso. Gli Enid probabilmente non supereranno mai lo status di band per pochi appassionati, ed a conti fatti in rapporto alla loro bravura sono una band assurdamente trascurata. Dopo quaranta anni di carriera, non credo sia possibile rimediare definitivamente a questo torto, ma per chi ha il coraggio di voler provare a conoscerli, “Invicta” può essere un punto di partenza ideale. Coloro che già li conoscono e pensano siano ormai un prodotto da dimenticatoio, consiglio solamente di ricredersi e di ascoltare l’album.



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Nicola Sulas

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