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FLOR DE LOTO Madre tierra Mylodon 2007 PER

Forse per il fatto che sentiamo un legame stretto con la musica classica, molto spesso siamo portati a dare eccessivo valore alla composizione, alle idee che si fissano sullo spartito in maniera indelebile e che attraverso la lettura di quest'ultimo possono essere riprodotte, seppure con le variazioni legate alla sensibilità dell'interprete di turno. Molto spesso ci dimentichiamo che la musica è arte in divenire e che muta con lo scorrere dei minuti e che molto spesso è difficile catturarla, cristallizzarla, fermarla. Questo è quello a cui ho pensato ascoltando la seconda prova del gruppo peruviano, la cui musica, bella nella sua essenza, riuscirei ad apprezzare indipendentemente dalla forma compiuta che può assumere nel rigido contesto di uno spartito. Per dirla in parole più semplici, basterebbe che i musicisti si mettessero insieme a suonare con la loro passione, il loro spirito, il loro stile e sono certa che riuscirei ad apprezzare qualsiasi miscela di melodie possa scaturire fuori dall'interazione del momento. E di belle melodie questo album è pieno, come pieno è di sogni e di vere e proprie favole sonore che sembrano prendere vita e materializzarsi avvolte da una coltre di fumi colorati. Lo stile dei Flor De Loto rende l'ascolto coinvolgente e forse il gruppo è consapevole del proprio carisma, dal momento che, nelle esibizioni dal vivo, il flautista sfoggia coloratissime e pesanti maschere Incas, come a voler suggestionare l'immaginazione del pubblico con la rievocazione di demoni del remoto passato. Non siamo lontani dalle miscele proposte nel bellissimo debutto e ancora una volta il quartetto ci propone un insieme di brani strumentali (almeno per la quasi totalità) dai contorni sinfonici, con richiami vivaci al folclore locale e dall'impatto fresco, a volte tinto di psichedelia. Bellissima è la commistione di elementi acustici, come quelli della chitarra, e passaggi elettrici suonati con potenza ma senza utilizzare mai suoni troppo taglienti e distorti ma basandosi piuttosto su impasti piacevolmente ruvidi. Il campionario sonoro ha un sapore piacevolmente vintage ma gentilmente contaminato da richiami locali che forse in questo album sono ancora più evidenti che in passato. L'approccio è spumeggiante, come se si trattasse di una istantanea catturata durante uno dei tanti concerti del gruppo: un pezzo come "Antares", dai passaggi jazzati, specialmente per quanto riguarda l'interpretazione del flauto, spigliata e libera, fa pensare che si tratti del frutto di una jam session estemporanea e spontanea. Proprio sul flauto si basano alcune delle linee melodiche più belle presenti su questo album, a volte cariche di poesia, altre volte dirompenti ed agili, che si fanno strada su ritmi concitati. Purtroppo all'indomani della pubblicazione di questo album proprio il flautista Johnny Pérez ha abbandonato il gruppo, il rimpiazzo è già all'opera e si tratta di Junior Pacora, un grosso talento della scena Jazz peruviana. A questo punto siamo curiosi di sapere come si evolverà questo gruppo interessante ma per il momento godiamoci questo album, affascinante e coinvolgente, e senza dubbio fra le cose in assoluto più belle che possiamo ricordare nel 2007.

 

Jessica Attene

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