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FOCUS X Eastworld Recordings 2012 NL

Ecco un’altra band memorabile, che ritorna in studio per un lavoro di inediti e con una formazione che contiene veri pezzi di storia del progressive olandese: Thijs van Leer alle tastiere, flauto e voce, storico membro fondatore e anima di ogni successiva operazione della band, Pierre van Der Linden, batterista che fu nel gruppo dal secondo album “Moving Waves”, Bobby Jacobs, bassista già presente nella formazione del precedente “Focus 9” del 2006 e il nuovo chitarrista Menno Gootjes.
Questa decima opera in studio dei Focus arriva, quindi, a sei anni dalla precedente e appare, fin dal primo ascolto, ben preparata e con nulla lasciato al caso. Dimenticati ormai da lungo tempo i brani lunghi, le dieci tracce che compongono il lavoro, si attestano sui cinque minuti con idea e sviluppo concentrati a dimostrazione di una sapienza ormai consolidata.
Non si può non fare un bel tuffo indietro nel tempo sentendo l’Hammond e il flauto di van Leer e il loro uso è massiccio, unito a fraseggi melodici di alta scrittura, donano al tutto un grande potere evocativo. L’opener “Father Bacchus” è da manuale e fa calare con immediatezza nell’atmosfera Focus grazie ad intermezzi di flauto dal sapore inconfondibile.
I temi musicali ruotano attorno alla loro tipica soluzione di fusion jazzata ed elementi di prog sinfonico, con non pochi sconfinamenti in forme più vicine all’hard rock. Ed è proprio questa la miscela dell’opener “Father Bacchus”: una giostrina con due seggiolini che si alternano alla vista una con sanguigno rock blues e l’altra con progressive flautistico. Svolta decisa per il resto del disco e già la successiva “Focus 10” ruota attorno ad una pacata fusion vagamente imparentata con il Kent della sponda al di là del mare, con un certo sapore di Gilgamesh e dei loro contrappunti chitarristici. Ancora asimmetriche fusion con elementi disparati di rock, tango, hard rock, spunti alla Pat Metheny, alla Jethro Tull. Insomma né più né meno di quanto i Focus abbiano sempre fatto e fatto bene. E allora perdiamoci volentieri nei continui cambi, duetti, parti all’unisono, corali, sinfoniche, di “All Hens On Deck”, rotoliamoci di gusto nella spettacolare impostazione melodica di “Birds come fly over (Le Tango)”. Divertiamoci all’ascolto del folk danzerino della svolazzante “Talk Of The Clown”. Aspettiamoci tanto da tutti i brani, ma sapendo che per scoprire tutto dovremo dedicare a questo lavoro parecchi ascolti, sorprendendoci di quanta fantasia riescano ancora a mettere questi vecchietti nella loro arte, per chiudere con la piroettante conclusiva “Crossroads”, crogiuolo di elementi progressive nei quali ci perde sempre molto volentieri.
Quest’ultima incarnazione dei Focus ha dimostrato di avere grandi aspetti positivi, ciò che sono riusciti a produrre, vuoi per espressione professionale, vuoi per spontaneità, è un gran bel sentire che riesce a portare su un piano unico stile e forma degli anni ’70, qualità tecnica, pulizia di suono e gusto dei giorni nostri, senza compromessi all’orecchiabilità scontata e mantenendo intatto l’approccio melodico. A compimento di tutto non dimentichiamo l’art work di Roger Dean, particolare che, da solo, sa già metterci sulla strada giusta.
Divertente e consigliato.


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Roberto Vanali

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