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GLASS HAMMER Cor cordium Arion 2011 USA

“Cor cordium” è la seconda prova discografica dei Glass Hammer con la nuova line-up dopo l’eccellente “If” dello scorso anno (2010). L’innesto del vocalist Jon Davison e del chitarrista Alan Shikoh ha ancora di più avvicinato il suono del gruppo a quello degli Yes, lasciando magari scettici i fans che avevano amato il periodo con Susie Bogdanowicz alla voce (con album notevoli come “Lex rex” e “The inconsolabile secret”). “If”, comunque, per quanto “molto, molto Yes”, aveva ampiamente giustificato il cambio di formazione che, ricordiamolo, era reduce dal mediocre “Three cheers for the broken hearted”, opera che aveva fatto persino dubitare i due leader storici della band (Babb e Schendel) tanto da fargli ridisegnare completamente o quasi la loro “creatura”.
“Cor cordium” è l’ideale e degno successore di “If” e, seppur ricalcandone in parte gli schemi, se ne allontana grazie ad una maggiore ricercatezza dei suoni e delle soluzioni corali, pur mantenendone l’immediatezza melodica.
Dei sei brani presenti, “Nothing box” è quello più vicino alle atmosfere del predecessore: dalle tastiere di Schendel, spesso in primo piano e a volte di raccordo, ma sempre con un gusto che ha pochi eguali; ai continui cambi di atmosfera tra attimi acustici ed altri elettrici, alla voce di Davison a saldare tra loro i notevoli squarci strumentali costruiti dal resto della band.
Che si desidera di più se si amano certe sonorità per quanto conosciute?
Meno avventurosa dal punto di vista strumentale (anche se non mancano “assoli” ad affetto), ma con dei continui ed azzeccati cori, è la seconda traccia “One heart”.
“Salvation station” è invece un episodio minore ed un mezzo passo falso malgrado un atipico intermezzo strumentale ed un ritornello facilmente (troppo facilmente) cantabile.
Di pregevole fattura “Dear father”, una lunga e melanconica ballad di oltre 10 minuti, semplice , senza eccessivi orpelli, ma molto gradevole.
Non poteva mancare in un album dei Glass Hammer la solita suite, stavolta di ”soli” 18 minuti.
“To someone”, paradossalmente, avvicina la band a sonorità care ai Genesis di “Wind and wuthering”, pur omaggiando ovviamente gli Yes di “Keys to ascension” e di “The ladder”.
Ma che diamine, questi sono i Glass Hammer e ”Cor cordium” è un album con una personalità e forza proprie a prescindere da ogni paragone per quanto lecito!
“She, a lovely tower”, l’ultimo brano, è ricco di cambi di atmosfera e chiude un lavoro davvero convincente ed appagante che non ci fa rimpiangere certamente “If”.
Questi sono i Glass Hammer di oggi. Prendere o lasciare. Personalmente ho apprezzato molto la “svolta” ed attendo conferme nel prossimo lavoro.


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Valentino Butti

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