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STEVE HACKETT Somewhere in South America... Live in Buenos Aires Camino Records 2002 UK

Non si può certo dire che Steve Hackett non sia un artista molto produttivo! Nell'ultimo decennio, il celebre chitarrista ha inanellato una serie di uscite discografiche variegate nello stile, ma che hanno come comune denominatore una qualità sempre elevata. Steve ci ha fatto ascoltare di tutto: album acustici ed elettrici, dei revival dedicati ai Genesis e al progressive e incursioni nella musica classica. Senza dimenticare il materiale live d'archivio racchiuso in un bel cofanetto e la sua continua attività concertistica che lo porta a suonare in giro per il mondo. Dopo essersi assestato con una band di tutto rispetto che vede Roger King alle tastiere, Gary O'Toole alla batteria, Terry Gregory al basso e Rob Townsend ai fiati (e in attesa di un imminente disco elettrico in studio e di un live che lo cattura in una delle sue performance acustiche in trio) Hackett pubblica questo bellissimo doppio album dal vivo - con i cd custoditi in un elegante confezione cartonata - che ci mostra una splendida esibizione registrata nel tour sudamericano. Oltre un'ora e quaranta di grande musica, per una scaletta attraverso cui vengono ripercorse molte delle tappe della carriera di Hackett. C'è il glorioso passato coi Genesis, dapprima con "Watcher of the skies", "Hairless heart" e "Firth of Fifth" eseguite nei loro momenti strumentali, scelta a mio avviso indovinata, e poi con le conclusive "Horizons" e "Los endos". Ci sono poi gli esordi solistici di "A tower struck down" e altri brani importanti della carriera del chitarrista tra cui ricordiamo le maestose "The steppes" e "Riding the colossus" (quest'ultimo probabilmente uno dei brani più sottovalutati della sua discografia), la "Gnossienne#1" estrapolata dall'album dedicato a Satie e le cupe "Darktown" e "In memoriam" dall'ultimo, un po' incompreso, album elettrico. Ma non basta: possiamo infatti ascoltare alcuni inediti! Se tra questi figurano dei brevi strumentali, carichi di pathos e di nervosismo ("The floating seventh", "Pollution", "The wall of knives", "Lucridus"), che fungono più che altro da introduzione ad alcuni brani, troviamo anche due composizioni di pregevole fattura come "Mechanical bride" e "Serpentine song". Entrambe sembrano confermare una certa attitudine crimsoniana mostrata da Hackett negli ultimi tempi, la prima attraverso un chitarrismo aggressivo tipico di "Red", la seconda attraverso quel romanticismo melodico che contraddistingueva episodi dei primi lavori come "I talk to the wind". La prestazione del gruppo è superba e i musicisti si mostrano affiatatissimi in una performance senza sbavature e del tutto convincente. Ancora una volta, quindi, Hackett si mostra in gran forma e pronto a saziare la nostra sete di ottima musica.

 

Peppe Di Spirito

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