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HÖSTSONATEN Winterthrough AMS / BTF 2008 ITA

Conobbi Zuffanti ai primi anni ’90, dividemmo il palco per un concerto, lui era con i Calce e Compasso, io facevo cover di Genesis e Marillion, mi interessò subito la sua voglia di fare musica propria, note prese dalla propria mente e non da quella altrui, questa la sintesi del brevissimo colloquio a bordo palco. Zuffanti è, in effetti, uno dei grossi fiumi compositivi italiani e ben noti sono i suoi progetti, da Maschera di Cera ad Aries, da Finisterre a Quadraphonic ecc. ecc.
Per il progetto Höstsonaten, nome tratto dal film dello svedese Bergman, Sinfonia d’Autunno, siamo al quinto volume, ma solo al secondo della “SeasonCycle Suite”, iniziato alla rovescia con la quarta parte, Springsong del 2002 e arrivato alla terza parte con questo Winterthrough. La band è un po’ la solita degli ultimi anni oltre allo stesso Fabio Zuffanti (basso, chitarre acustiche) troviamo l’istrionico Alessandro Corvaglia, che qui non canta ma si occupa di parte delle tastiere, Maurizio di Tollo alla batteria, Matteo Nahum alle chitarre elettriche, Edmondo Romano al sax e clarinetto basso e Roberto Vigo alle tastiere.
Il disco è suddiviso in 10 movimenti, c’è del prog, ma non solo: possiamo ascoltare momenti tendenti alla classica o al jazz, momenti acustici molto intimistici, momenti di recitato con una voce che sembra provenire da un vecchio supporto fonografico, antichizzata per far correre la mente ancora più del normale. Tra i recitati alcuni passi si elevano per la grande liricità, in particolare mi ha colpito l’immagine di un uomo nella foresta che incide con una punta di fuoco: “Sono davvero l’unico rimasto?”.

Capisco ed è proprio questo lo scopo di Höstsonaten: un progetto iniziato 10 anni fa, giunto chissà a che punto del suo essere e senza sapere quando portarlo a termine. E’ come una sorta di vita parallela, che si tiene pulsante per non perdere il controllo della vita primaria, un ritratto di Dorian Grey al quale si affida una parte del proprio intimo per parlarne, per rendere pubblica una facciata inconfessata, triste, cupa, esorcizzarne gli effetti buttandoli fuori tenendoli a distanza, ma sapendoli orgogliosamente propri. Zuffanti ha iniziato la composizione di questo lavoro il primo gennaio del 2000, data emblematica. Da allora ha raccolto tutte le immagini per tenerle immagazzinate in memoria in attesa che le stesse si tramutassero in musica. Un quadro sbiadito dal tempo diventa un accordo di mellotron, una persiana socchiusa su un orizzonte infinito diventa un soffio di clarinetto, un altare semidistrutto di una chiesina sconsacrata diventa un arpeggio di chitarra acustica. Un mare in tempesta, un vetro appannato, una bruma mattutina, alberi spogli, sentieri innevati, il freddo nelle ossa e il gelo nel cuore, tutto è eidetico. C’è per l’ascoltatore la percezione di oggetti, di ambienti, vissuti come in un’allucinazione, ma anche la consapevolezza della loro natura onirica e prettamente mentale, sono – queste immagini – trasmesse da ogni singolo frammento musicale e nulla è più ingannevole di un’intenzione cognitiva che è in grado di far vagare la mente, con il suo potere visionario e creativo, partendo da sequenze di accordi. E’ il trasporto in una dimensione visionaria ricca di alter ego, di vivi e di morti, di marionette e di maschere, dove l’orologio non riesce più a scandire il tempo e il tempo stesso ha un altro significato; e si placa tutto, il desiderio di distruzione può divenire impulso d’amore, l’inquietudine è spezzata in migliaia di schegge che, senza origine e destinazione, non fanno che rimbalzare attorno ad un’anima che si erge presuntuosa senza macchia, certa che la nuova esperienza sia quella giusta.

Questo è uno di quei dischi a cui è difficile rimanere immuni, ci sono ingredienti tali da poter sposare il gusto di ogni progster e non solo, è un disco essenzialmente azzeccato e nelle sue trame, che pure appaiono semplici e spesso orecchiabili, ci si perde sempre più volentieri, ascolto dopo ascolto.
Dovendo parlare di parti più riuscite o meno potrei citare un paio di assolo di chitarra elettrica, che pur belli e ben eseguiti mi lasciano un po’ freddo per la ricerca di un suono che non mi pare rientri perfettamente nelle altre scelte del disco, ma siamo proprio a cavillare, perché nel complesso l’opera è ben più che riuscita, con notevolissimi picchi quali “Outside” e “Snowstorm”.
Andate più che tranquilli con questo acquisto e lasciatevi trasportare nel mondo dell’immaginazione e in un turbinio di note che, come fiocchi di neve nella tempesta, vi accompagneranno finché ne avrete desiderio e finché vorrete (o non vorrete) sentirvi anche voi “Gli unici rimasti”.

 

Roberto Vanali

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