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INVERTIGO Veritas Progressive Promotion Records 2012 GER

Pur non facendo gridare al capolavoro, l’album d’esordio del gruppo tedesco In Vertigo (“Next stop vertigo”, 2010) aveva evidenziato le buone potenzialità della band e la possibilità di inserirsi, senza sfigurare, nel gran calderone del new prog di questi ultimi anni. Impressione che questa nuova release “Veritas” conferma anche se, a dire il vero, ci aspettavamo un salto di qualità più accentuato rispetto al promettente esordio.
Pur non potendosi definire un concept (parole loro), il filo conduttore dell’album è la “verità” (come da titolo!!) che viene affrontata nelle varie sfaccettature in sei brani, mentre la suite “The memoirs of a mayfly” (originariamente scritta ma poi non inserita nel primo album) è “solo” una bonus track.
“Veritas” si fa ascoltare con piacere anche se l’originalità non è certo il suo punto di forza.
La frastagliata e dinamica “Darkness” (con tanto di voce di Papa Benedetto XVI) apre con buoni spunti il lavoro, seguita dai riff heavy di “Lullaby” appena addolciti dalle tastiere.
Carina (è forse, per paradosso, il limite primo di “Veritas” quello di non suscitare grandi emozioni… di non avere quel quid necessario a far scoccare la scintilla) anche “Waves” seppur piuttosto prevedibile.
La lezione dei Genesis anni ‘70 è pienamente assorbita, metabolizzata, modernizzata e sintetizzata negli oltre sette minuti di “Dr.Ho”.
“Suspicious” è la prima suite presente. Le azioni lievitano un poco: cambi di tempo, qualche barocchismo al posto giusto, refrain orecchiabili. Spock’s beard e Flower Kings sono nomi sicuramente noti ai ragazzi tedeschi. Trascorsi abbastanza nell’anonimato i cinque minuti di “Truth”, eccoci alla pièce de resi stance: “The memoirs of a mayfly” , una sorta di concept song sulla vicende di una efemera e della sua breve vita.
Tutte le influenze musicali della band affiorano con facilità (dal new prog britannico ai mostri sacri degli anni ’70) e la suite non sarebbe niente male durasse 10 minuti e non oltre 20…
L’impressione è che si sia allungato un po’ troppo “il brodo” e i momenti di stanca sono evidenti anche se all’interno di una struttura sufficientemente appetibile e complessa (belli alcuni stacchi di tastiere, l’assolo di sax…).
Il rischio, a conti fatti, è che, seppur piacevole, questo “Veritas”, mancando del “bagliore accecante”, rischi di finire nell’anonimato assieme alle decine e decine di proposte simili.


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Valentino Butti

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