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KANT FREUD KAFKA No tengas miedo autoprod. 2014 SPA

Non riesco proprio ad immaginare il filosofo Immanuel Kant, lo strizzacervelli più famoso di tutti i tempi, Sigmund Freud e lo scrittore Franz Kafka tutti chiusi in una stessa stanza, così come l’avvertimento “non avere paura”, racchiuso nel titolo di questo album, non mi suona affatto confortante ma vi posso assicurare che, vinta la diffidenza iniziale, l’ascolto di questo debutto discografico si rivela un’esperienza decisamente interessante e perfino avvincente. Se da una parte il batterista e compositore Javi Herrera ha utilizzato elementi molto differenziati fra loro, ma ben collaudati per le nostre orecchie, il risultato finale, nel suo insieme, è difficilmente paragonabile alla stragrande maggioranza dei gruppi che già conosciamo. Sicuramente i venticinque anni spesi nella realizzazione di quest’opera sono serviti per affinarla oltre ogni misura e l’impiego di ben sedici musicisti, oltre al leader, ha permesso di sviluppare la musica fin nel più piccolo dettaglio sonoro. Ad aggiungere poi un tocco di fascino ecco un bel concept di base che anima cinque composizioni strumentali medio lunghe e ne spiega perfettamente l’alternarsi di sensazioni e scenari emotivi molto distanti fra loro. Javi ha tratto spunto da un racconto di Carlos Gámbero che parla dell’eterna disputa fra luce e tenebre sullo scenario di un mondo totalmente privo di colori. I dettagli della storia li potrete assaporare più a fondo attraverso le note di copertina ed i disegni di Virginia Barceló che troverete nel libretto ma la cosa importante da sottolineare è che questo concept si traduce in uno stile musicale ricco di contrasti e basato su numerosi stili che si alternano, sovrappongono e accavallano con disinvoltura
Dalla presenza di violino, viola, violoncello, oboe e corno inglese si intuisce che le parti orchestrali e sinfoniche hanno un ruolo centrale ed in effetti rubano letteralmente la scena per ampi tratti. La musica in questi casi è molto scenografica, pittorica e materializza stati d’animo forti e suggestivi. Lo vediamo per esempio in “Dama” ove un piano freddo ed elegante alla Debussy apre le danze, vibrante, indugiando nota su nota. Ecco poi gli archi gravi, di una dolcezza intensa e malinconica. Anche l’incipit di “Viajes” è molto suggestivo, col violoncello solitario al quale si aggiungono presto il piano e un vaporoso sottofondo di tastiere, in un insieme che fa volgere il nostro pensiero allo spazio infinito trapuntato da una miriade di astri scintillanti, in un misto di sentimenti che oscilla fra stupore, estasi e paura dell’ignoto. In “Hombre” sempre il piano, che si mescola alle onde del mare, ci regala atmosfere notturne di mistero, inquietudine e dolcezza. A tratti la musica si fa quasi terapeutica e meditativa e in questi frangenti penso ai Clearlight e altre volte a Oldfield. A volte compare un tocco di elettricità a rinforzare le spesse trame sinfoniche e penso in questo caso ai Quaterna Requiem ma altre volte ancora questi scenari musicali ampi e pittoreschi vengono compenetrati da complessi inserti jazz-fusion. Nella traccia di apertura, che si intitola appunto “Principio”, il piano jazzy si insinua in un tessuto sonoro cangiante, mentre gli scorci sinfonici vengono increspati da inserti tecnici e complessi di stampo fusion che si vanno a sovrapporre ai primi in modo incredibilmente naturale. Non mi sembra fuori luogo in questo caso chiamare in causa i connazionali Kotebel, artefici di composizioni altrettanto complesse ed ammirevoli. A volte capita anche che i suoni si irrobustiscano oltre misura, come in “Antítesis”, nell’ambito della quale la chitarra nervosa e ritmata pare quella di “Larks…” di Crimsoniana memoria. Anche in questa, che è la traccia più lunga (sedici minuti in tutto), è tutto un continuo avvicendarsi, sovrapporsi e intrecciarsi di situazioni diverse con accumuli di tensione che finiscono poi con lo sgonfiarsi al cospetto delle arzigogolate divagazioni di chitarra sofisticata o delle dirompenti eruzioni prog sinfoniche con spettacolari colate di tastiere. A volte pare così di fluttuare leggeri in un cielo di un azzurro terso e abbagliante e altre volte ci si ritrova a precipitare senza paracadute, in fondo convinti che qualcosa o qualcuno alla fine ci salverà. A questo mosaico vanno aggiunti elementi space rock, suggestioni Floydiane, un ampio uso del Moog e, a volte, anche l’insolito calore sprigionato dalle corde di una chitarra spagnola, come la troviamo nella già citata “Dama” o nella stessa “Antitésis”.
Non è difficile concludere che questo album appare di difficile connotazione ma allo stesso tempo anche di felice fruizione, grazie ad una sapiente diluizione degli ingredienti che in dosi eccessive avrebbero rischiato forse di guastare fragranze e sapori. Per dirne una non affatto scontata, Javi non fa mai un uso indiscriminato del suo strumento, la batteria, che si adatta sempre in modo versatile e dinamico al contesto generale, dimostrando di avere un’ottima visione d’insieme e un gran senso dell’equilibrio. Spero soltanto che l’autore non si prenda tutti quegli anni per sfornare un nuovo lavoro perché credo che il Prog Rock dei nostri giorni abbia bisogno di opere che rileggano in modo eclettico ed insolito il nostro vasto ed intoccabile patrimonio musicale.



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Jessica Attene

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