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YOGI LANG No decoder Gentle Art of Music 2010 GER

In concomitanza con il decimo anniversario della sua band di origine, gli RPWL, e dopo i progetti del chitarrista Kalle Wallner (Blind Ego) e del bassista Chris Postl (Parzival’s Eye), giunge il primo album solista di Yogi Lang, tastierista e vocalist di indubbio carisma.
A volte i progetti solisti rivelano il desiderio di un musicista di uscire dai canoni stilistici del gruppo di origine, o di rivelare sfaccettature diverse del proprio bagaglio artistico, o magari di dare sfogo a capacità di songwriting soffocate nel contesto della band: a mio parere l’esordio di Yogi non è motivato da alcuna di queste ragioni, piuttosto dall’aver accumulato nel tempo brani assimilati da un comune tema lirico e dalla possibilità di poter concretizzare le idee lavorando con alcuni nomi di prestigio dell’ambiente. Oltre all’ex batterista della band madre, Manni Müller e al chitarrista Torsten Weber (Doors of Perception, band tributo dei… non ve lo dico), la sezione ritmica è completata da un vero asso nella manica. L’ammirazione degli RPWL per i Pink Floyd non è certo mai stata tenuta segreta, suonare quindi con il bassista inglese (ma anche commediante di successo, nonché genero del compianto Richard Wright) Guy Pratt dev’essere stata per Lang un’occasione ghiotta, trattandosi dell’apprezzato sostituto live di Roger Waters dai tempi di “A Momentary Lapse of Reason”. Il feeling floydiano prevade in effetti gran parte delle tracce di questo “No decoder”, se non un vero e proprio concept album, una raccolta di brani molto personali che trattano di incomunicabilità di sentimenti (no, non ci sono…”muri” in vista!). Se infatti con “Sacrifice” siamo in pieno territorio RPWL, già dalla successiva “Our world has changed” il sapore familiare è quello dei Pink Floyd condotti da Gilmour negli anni ‘80/’90: atmosfere sognanti e nostalgiche, eteree chitarre acustiche e liquide escursioni elettriche, sintetizzatori ed organo mai esuberanti ma indispensabili per dare profondità, tempi mediamente lenti. Molti di questi ingredienti portano anche ad una comunanza di intenti con i Porcupine Tree, basta ascoltare “Sail away”, con il sax di Ferdinand Settele che rievoca “Us and them”; anche il primo album solista di Wright (quel “Wet dream” ingiustamente sottovalutato) può essere un valido riferimento stilistico. Spunta saltuariamente una vena cantautoriale, come nelle acustiche “Our modern world”, la ballata conclusiva “A better place for me” e “Say Goodbye” (quest’ultima acquista punti grazie al violino di Anne de Wolff) ma si torna costantemente a rendere omaggio ai propri numi tutelari, come nella strumentale title-track, mentre l’altro strumentale “Sensvalue”, basato sui synth analogici (se non erro Yogi possiede un Memory Moog) risulta in definitiva essere l’unico brano “up-tempo” del disco! Giunge gradita la divagazione francofona di “Alison”, con il sentito cameo vocale di Domi Leonetti, cantante dei Lazuli, gruppo rivelazione del prog francese contemporaneo, episodio intimistico e atipico che vede protagonista la fisarmonica di Hubert Trenkwalder. “A million miles away” è introdotta dalla narrazione di Ian Salmon, bassista degli Arena e attualmente nella live band che sta portando sui palchi la musica di questo album e grazie anche alla voce di Yogi filtrata è un altro dei brani che si giurerebbe siano stati partoriti dalla creatività di Steve Wilson, con il piano elettrico ad emanare suggestioni di maiali in volo nel plumbeo cielo di Londra.
Merita una menzione la confezione digipack a triplo gatefold, con l’insolito artwork di Judith Reichardt perfettamente in linea con la proposta. In definitiva, chi segue il discorso musicale degli RPWL può andare sul sicuro con questo album, che paradossalmente – grazie alle analogie e alla godibilità complessiva - potrebbe funzionare anche come introduzione alla band stessa.



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Mauro Ranchicchio

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