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NOSOUND Sol29 autoprod. 2005 ITA

Non sarà facile per Giancarlo Erra, la mente che si cela dietro il debutto della one-man band romana Nosound liberarsi del fantasma di Steven Wilson, la cui musica è la palese e dichiarata ispirazione di questo progetto, ma probabilmente non è neanche tra le sue intenzioni farlo, a giudicare da molti particolari. I paralleli sono infatti troppi ed evidenti: come i Porcupine Tree, questa entità musicale nasce come progetto di un polistrumentista che si rinchiude in studio a sovraincidere in solitudine chitarre, tastiere ed una voce filtrata e sussurrata; in seguito sono assoldati un bassista (Alessandro Luci, ospite anche in tre brani dell’album), un tastierista ed un batterista per permettere finalmente la presentazione della musica composta e donarle vita sul palco. A consolidare e rinforzare il già solido legame, ecco arrivare le dichiarazioni di stima dello stesso Wilson e di Tim Bowness (suo partner nei No Man) nonché un nuovo brano disponibile per il download tramite il sito di Burning Shed, etichetta discografica di quest’ultimo.
“Sol29” è il primo vero album di Nosound, e segue un paio di demo in formato CD-R, il primo dei quali risalente addirittura al 1998. La musica proposta nelle dieci tracce può essere descritta come uno space-rock melodico di grande atmosfera, prevalentemente strumentale e basato sull’alternanza tra tappeti di organo o synth ed energici assoli di chitarra elettrica, in cui Giancarlo mette in mostra la sua buona tecnica senza strafare e dosando effetti e distorsioni sempre con classe, a volte optando per una psichedelica slide guitar.
Il paragone più calzante, sia per i suoni utilizzati che per la struttura dei brani è “Up the Downstairs” dei Porcupine Tree, anche nella scelta di fare uso della batteria campionata (persino in tempi di lavoro precario, confidiamo nell’impiego fisso del batterista Mario Damico già dal prossimo album!) per fortuna mai troppo invadente o artificiale. Impressionante la similitudine in questione nel brano di punta “The moment she knew”, dieci minuti strumentali conclusi da un gustosissimo assolo di chitarra elettrica, nonché nella più breve “Wearing lies on your lips” e nell’onirica ballad “Overloaded” introdotta da un coro di Mellotron e imperniata sugli accordi della chitarra acustica: impossibile non chiedersi se non si sia precipitati per errore nel mezzo di uno stupido sogno...
Fa eccezione la lunga, incorporea title-track posta in chiusura, appannaggio dei soli sintetizzatori, la cui immobilità ci trasporta stavolta in territori ambient.
Mi ero proposto di limitare al minimo i riferimenti all’altra band, ma probabilmente non ne sono stato capace. Vorrei però convincervi che l’ottima ed omogenea qualità dell’album (tra l’altro un’autoproduzione registrata in modo impeccabile) può mettere in secondo piano il suo carattere derivativo: io me lo so ascoltando di nuovo e non trovo motivi per lamentarmi di alcunché. Se però già vi dichiarate indifferenti alle multiformi incarnazioni dell’ubiquo Wilson (la band in versione live si cimenta anche in brani dei Blackfield e dei No Man, ed Erra milita in una cover band dei porcospini…), allora dubito possiate trovare qui alcun motivo di interesse.

 

Mauro Ranchicchio

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