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NOSOUND Lightdark Burning Shed 2008 ITA

Risale ormai a tre anni or sono il debutto del polistrumentista romano Giancarlo Erra con il suo progetto Nosound, inizialmente una one-man band di stampo space rock (con frequenti digressioni “ambient”) ed oggi finalmente un gruppo nel senso letterale del termine. Dopo la buona ricezione dell’esordio (“Sol29”), infatti, Giancarlo pensò bene di presentare dal vivo la sua musica e per realizzare questo proposito si circondò di validissimi collaboratori. Nel frattempo fu pubblicato l’EP “Clouds” ad ingannare l’attesa per il secondo capitolo e si consolidò il quintetto che oggi possiamo apprezzare nel nuovo “Lightdark”, album dal titolo senz’altro appropriato.
E’ l’introduzione atmosferica di “About butterflies and children” a condurci senza pause verso il suono smaccatamente floydiano di “Places remained”, un ottimo brano in cui le voci sovraincise sussurrano i versi facendo uso di filtri che le conferiscono caratteristiche rarefatte ed evocano distanza; la chitarra è liquida e nel finale si lancia in gustoso assolo melodico ma incisivo.
Nella successiva “The misplay” iniziamo a renderci conto che la pronuncia inglese di Giancarlo non è immune da difetti ma tutto sommato abbiamo accettato la cosa da molte band tedesche del decennio d’oro, quindi non voglio essere troppo permaloso. Un violoncello fa la sua prima comparsa (suonato dall’ospite Marianne de Chastelaine) sottolineando la connotazione nostalgica del brano.
“From silence to noise” pur godibile e impreziosita da ariosi stacchi di synth e cori “porcupiniani” (mi rendo conto di essere noioso, ma il paragone con le prime produzioni di Steven Wilson è qualcosa di inevitabile) evidenzia un po’ la ripetitività della band nel comparto “melodie vocali”: soffuse, perfette per lo sviluppo strumentale sottostante, ma un po’ tutte simili a se stesse. La dilatazione qui è portata alle estreme conseguenze, fino a sfiorare nella prolungata sezione finale stilemi post-rock o addirittura il minimalismo dei Talk Talk “evoluti”: il gruppo gioca con l’apparente immobilità dei suoni fino a farci perdere un po’ la sensazione del tempo che scorre, e questo certamente non è poco!
“Someone starts to fade away” vede passare il microfono nelle mani di Tim Bowness, altro personaggio gravitante nella sfera wilsoniana evocata chiaramente già dal titolo. Il piano in apertura sovrapposto ad una chitarra dall’effetto psichedelico (forse in “reverse”) annunciano che si tratta di una ballad nel senso quasi tradizionale del termine, semplice e sognante, affidata ad una melodia stavolta più incisiva, agli accordi prolungati degli archi del Mellotron e alle note acute di una chitarra elettrica melodica e misurata.
In “Kites” è di nuovo il violoncello a fare da contrappunto alle linee vocali (con buon effetto) e i frequenti sprazzi di Mellotron a conferire profondità e calore ad una melodia altrimenti monocorde e rassegnata: è forse qui che va cercata l’interpretazione del titolo? Un’alternanza tra luce e oscurità, con la prima a mettere a nudo la sofferenza nascosta sotto le ombre, impressione appunto rafforzata dalla title-track, priva di percussioni e sempre un po’ penalizzata dalla mancanza di “colore” delle melodie.
In conclusione, un deciso passo avanti in fase di arrangiamenti, soprattutto per quanto riguarda la sostituzione della ritmica campionata con la batteria dell’ottimo Gigi Zito; i brani dilatati nella seconda metà del disco confermano che i Nosound sanno destreggiarsi bene anche sulla lunga durata. Premesso questo, per un vero salto di qualità ritengo sia necessaria una maggior varietà e sicurezza nel comparto vocale: ciò è evidenziato un po’ impietosamente dal confronto con Bowness e ci porta a pensare quanto guadagnerebbe il risultato dall’impiego di un vocalist di ruolo.

 

Mauro Ranchicchio

Collegamenti ad altre recensioni

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NOSOUND A sense of loss 2009 
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