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PHIDEAUX Doomsday afternoon Bloodfish 2007 USA

Il buon Xavier Phideaux ci ha abituati ad uscite frequenti: questo nuovo album, seconda parte di una trilogia che si occupa del preoccupante tema del deterioramento dell'ecosistema, è la sua settima fatica dal 1992 ma addirittura la sesta nel giro di soli 4 anni. Questa prolificità non va di certo a discapito della qualità, dal momento che, a detta di molti, questo è addirittura il miglior disco dell'artista americano o quantomeno quello dalle sonorità più tipicamente sinfoniche. Né viene meno la creatività dell'artista che, pur conservando un proprio stile peculiare, riesce a sfornare dischi a loro modo diversi gli uni dagli altri. E' evidente il legame col precedente album, anche dal punto di vista grafico, visto che i bellissimi disegni che corredano il carnoso booklet sono sempre a cura di Molly Ruttan, ma questa volta l'impatto sinfonico, orchestrale e sonoro viene arricchito in maniera ancora più marcata. A questo scopo viene ingaggiata una vera e propria orchestra di 15 elementi, diretta da Paul Rudolph e con alcuni membri della Los Angeles Philarmonic, oltre che una serie di ospiti aggiuntivi al flauto, violino e tastiere di varia foggia; fra questi notiamo la presenza del grande Matthew Parmenter, che canta in quattro pezzi, e di Martin Orford alle tastiere in una traccia. La line up di base rimane invece stabile, con l'ingresso di Mathew Kennedy al basso ed il ritorno del tastierista Mark Sherkus (assente nel disco precedente). Il sound che ne deriva è pieno, denso, riempie tutti gli spazi in maniera elegante e gentile, con delicati richiami alla musica classica ma anche e soprattutto ai classici del prog britannico, Genesis e Pink Floyd in primis. Non aspettatevi comunque un'opera tronfia e magniloquente, non vi sono registri aulici ma di base si percepisce quel gusto cantautoriale e confidenziale tipicamente americano che ha caratterizzato anche le precedenti produzioni dell'artista. I suoni sono rotondi e caldi, potenziati da un eccellente lavoro di produzione: colpiscono in particolare le tonalità delle tastiere, eleganti e piacevolmente vintage, che riempiono letteralmente l'ambiente sonoro. Non siamo lontani da certe soluzioni ottenute dallo Steven Wilson produttore, tanto che mi sentirei di consigliare questo album a tutti i fan delusi e nostalgici dei vecchi Porcupine Tree, che vengono alla mente quando si toccano soluzioni Floydiane: un esempio mirabile potrebbe essere la traccia di apertura, con parti corali ed inserti di Mellotron paradigmatici di queste influenze. In realtà i riferimenti sono molteplici e non si fermano a questi che potrebbero essere i più banali che possano venire in mente; il pregio dell'album sta comunque nella sua grande omogeneità qualitativa, con un feeling che non si spezza praticamente mai dall'inizio alla fine del disco. Aiuta sicuramente a non perdere il filo la struttura stessa dell'opera, composta da dieci tracce, suddivise in due atti, che comunque sono consequenziali e si susseguono quasi ininterrottamente per i 67 minuti di durata complessiva. Praticamente la suddivisione in due potrebbe simbolicamente ricordare l'attimo di tempo necessario a cambiare lato ad un vecchio vinile. Nonostante l'impressione globale di semplicità e di piacevole assimilazione l'opera si presenta ricca di minuti particolari, con parti orchestrali, arie strumentali dilatate, intrecci di piano, chitarra acustica e voci femminili, il tutto sempre all'insegna della misura, senza mai strafare o aggrovigliare troppo gli arrangiamenti. Le parti ritmiche, metricamente regolari, forniscono un binario sicuro e ben delineato su cui far scorrere linee melodiche nitide e potenti. A questo punto avrete sicuramente capito che questo album ha esercitato in chi scrive questa recensione un grande fascino al quale gli appassionati del filone romantico e sinfonico non rimarranno sicuramente immuni.

 

Jessica Attene

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