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Cosa ci si potrebbe aspettare da un supergruppo composto da musicisti che hanno caratterizzato buona parte del Prog italiano negli anni recenti (e anche prima)? Fuochi artificiali, come minimo. Un album spettacolare, forse, con sfoggio di tecnica e attitudine Prog. O forse no… magari vorrebbero dimostrare di poter fare anche qualcosa di molto diverso dal Prog, sfornando comunque un bell’album di buona musica non necessariamente ancorata al nostro piccolo mondo musicale. Il trio che troviamo qui invece decide di proporci qualcos’altro: un album che sicuramente è immediatamente riconoscibile come Prog, con Mellotron, grand piano, cover e ospiti eccellenti… ma sicuramente lontano dai fuochi artificiali cui accennavo in precedenza. Questo è un album suonato in punta di dita, prevalentemente acustico, in bilico costante tra pop elegante e Progressive Rock delicato, leggero in quasi tutta la sua durata. Due dei nostri tre si producono nei loro strumenti di ordinanza (Gigi Cavalli Cocchi alla batteria, Bernardo Lanzetti alla voce), mentre Cristiano Roversi, oltre allo stick, suona Mellotron e grand piano; ad essi si affianca un numero di ospiti, sui quali spiccano senz’altro Steve Hackett e Aldo Tagliapietra, nonché il duo Lazzaruolo/Villanova del Notturno Concertante, tutti quanti, compresi coloro che non nomino, che aggiungono il loro contributo chitarristico (acustico) alla causa. L’album si compone di 9 tracce, per un totale di 45 minuti, tutte di matrice originale tranne la splendida cover dell’altrettanto splendida “Morning comes” degli Acqua Fragile (già a suo tempo cantata da Lanzetti, come si ricorderà), rivisitata magnificamente e resa a nuova vita dai tre, e “By this river” di Brian Eno che francamente non conoscevo. Nell’album si susseguono momenti dall’incedere emotivo ed emozionante, con qualche punta decisamente al di sopra della media, come “Jpg card”, tra gli episodi più movimentati del lotto, “Great love does burn fast”, in cui Lanzetti si produce in equilibrismi vocali degni della sua fama o ancora la già citata “Morning comes”. Dicevo della voce di Lanzetti: Bernardo appare qui in splendida forma, anche se alcune forzature a volte possono far storcere il naso. E’ difficile però fare le pulci a un vocalist dall’esperienza ormai consolidata come lui, anche quando si lascia andare a vocalizzi istrionici e talvolta un po’ clowneschi (“Why should I”). La sua presenza è sicuramente caratterizzante per quest’opera di un trio di musicisti di certo artisticamente affermati e al massimo delle loro capacità; si tratta di un album gradevole dalla prima all’ultima canzone (l’emozionante “Blue boy under an ethnic sky”), costruito in maniera che non possa stancare mai e sicuramente da prendere in seria considerazione.
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