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AGUSA En annan värld Kommun2 2021 SVE

Il quintetto svedese non è mai stato molto parco in quanto a durata delle tracce che hanno piazzato nei loro album; già il loro secondo lavoro era strutturato in due sole lunghe composizioni e questa formula viene ripetuta in questo quarto, intitolato “En Annan Värld” (un altro mondo), per una durata complessiva che però rimane contenuta per via della doverosa stampa su vinile.
C’è subito da notare un doppio avvicendamento nelle fila della band: il tastierista Roman Andrén è arrivato a rimpiazzare Jeppe Juul (che pure era entrato nell’album precedente) e il bassista Simon Ström prende il posto di Tobias Pettersson (che invece era uno dei fondatori). Gli altri membri sono quindi Mikael Ödesjö (chitarre), Tim Wallander e Jenny Puertas al flauto (entrambi nel gruppo dal secondo album).
Malgrado questo vortice di sostituzioni, lo spirito di fondo della musica degli Agusa è rimasto sostanzialmente invariato, per non parlare del livello qualitativo. Non certo scevra delle solite influenze ed atmosfere nordiche che contraddistingue il Prog scandinavo degli ultimi 30 anni, dall’avvento di Landberk ed Änglagård, essa non si dimostra eccessivamente debitrice degli stilemi di successo che hanno creato le fortune (pur limitate al nostro piccolo mondo Prog) di numerose bands nordiche. L’originalità assoluta è ovviamente una chimera ma ascoltando i quattro lavori in studio, ai quali si affiancano in maniera più che positiva tre album dal vivo, siamo ragionevolmente sicuri di non essere investiti da ondate di déjà-vu, pur non facendoci mancare niente in quanto ad appetibilità per delle orecchie avvezze al Prog di matrice vintage.
Questo nuovo lavoro sembra addirittura voler strafare per farsi nominare come miglior uscita dell’anno; non solo per il fatto di essere costituito da due lunghissime tracce, rispettivamente di 25 e 21 minuti, ma per una musica che ci prende piano piano e che ci guida tra le altezze stratosferiche e celestiali di una musica in cui i crescendo sono esaltanti e in cui il flauto ha un’importanza primaria (a compensare la scelta di proporre solo musica strumentale), con atmosfere che non indulgono nella descrizione di paesaggi brumosi, pur conservando una certa malinconia di fondo, ma che si innalzano progressivamente in un volo entusiasmante che dura poco… troppo poco per i nostri avidi padiglioni. Già non facciamo in tempo a metabolizzare la separazione dal trascinante finale di “Sagobrus” che già le misteriose note iniziali di “Uppenbarelser”, sempre col flauto in primo piano, cominciano a preparare il terreno per un’altra avventura sonora. Echi della musica di Bo Hansson fanno capolino qua e là, soprattutto in questa seconda traccia, in una progressione ritmica ed umorale avvincente, con saliscendi ipnotici che incollano l’attenzione in maniera inesorabile, con accenni di folk svedese, una chitarra classica che si ritaglia spazio nella placida fase centrale e ancora una volta un finale coinvolgente che ci lascia senza fiato.
Si tratta di un album straordinario, a mio modesto parere; non ci sarebbe bisogno di troppe parole e non ne spenderò quindi più di tante.



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Alberto Nucci

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