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JPL Sapiens, chapitre 3/3: Actum Quadrifonic 2022 FRA

Ormai a tutti gli effetti un veterano della scena progressive francese, il chitarrista, cantante e compositore Jean-Pierre Louveton torna sulla scena con il terzo ed ultimo capitolo di una trilogia intitolata “Sapiens”, un ambizioso affresco in musica dedicato alla storia dell’umanità, recentemente portato sul palco grazie all’assemblaggio di una band di musicisti di alto profilo. Questo terzo capitolo, “Actum”, segue “Exordium” (2020) e “Deus Ex Machina”M (2021), tutti impreziositi dalle immaginifiche illustrazioni di copertina di Stan W. Decker, perfettamente calate nell’immaginario del genere proposto. Pur costituendo l’undicesimo disco solista di Jean-Pierre dietro la sigla JPL (ed è già un bel traguardo!), considerando le tappe della sua carriera in band come i sinfonici Nemo e i più heavy Wolfspring, si tratta addirittura del ventiduesimo album che lo vede protagonista, una statistica davvero fuori dal comune.     
Come nei capitoli precedenti, Louveton si occupa di gran parte della strumentazione (chitarra, basso, strumenti virtuali), lasciando le percussioni a Jean-Baptiste Itier (anch’egli ex Nemo) e Florent Ville (quest’ultimo anche tastierista), con alcuni ospiti ad occuparsi delle parti di basso, piano, sax e… ghironda - limitatamente ad alcuni brani - senza dimenticare l’altro ex compagno di band, Guillaume Fontaine ai synth.     
La presentazione del lavoro parla un'epica narrativa fantascientifica, di un'umanità che lascia la Terra per una nuova casa nello spazio; il linguaggio usato è un moderno rock progressivo in continuità con i migliori momenti della produzione dei Nemo, ossia una mescolanza di rock sinfonico, new-prog, vaghe tendenze jazz-rock, inflessioni folk, sporadici riff prog-metal, classicheggianti archi sintetici e persino una spruzzata di elettronica, con la chitarra elettrica spesso e volentieri protagonista ma mai fagocitante. Il cantato in francese di Jean-Pierre può essere ricondotto alla scuola tipica di quella nazione, risultando teatrale ed enfatico, ma non dovete immaginare una goffa imitazione degli eccessi (in senso buono, se questa parola può avere tale accezione) degli inarrivabili Christian Décamps, Dominique Le Guennec o André Balzer: la comprensione dell’idioma certamente aiuterebbe a districarsi nella storia, ma le sue linee vocali restano piacevolissime anche nella mera musicalità. I primi quattro brani, di durata contenuta ma sufficiente ad uno sviluppo compiuto delle molte idee, esordiscono con le pulsazioni elettroniche di “Paradis perdu” che lasciano spazio a minacciosi accordi di chitarra, un nervoso piano elettrico ed un’agile partitura percussionistica; si tratta di un brano assai dinamico e ottimo viatico per il resto del viaggio. “Mon cercueil” esordisce più in sordina, con degli arpeggi un po’ in stile Porcupine Tree e una chitarra rock-blues, restando su coordinate intimistiche e malinconiche, ma sempre con un accento di ansia e vago presagio; ci pensano i suoni del Mellotron e l’apporto della seconda voce femminile di Stéphanie Vouillot a rivelare qualche inaspettata affinità con gli Anekdoten. L’urgenza torna presto con “Alias (la machine2)”, brano maggiormente in stile Nemo (con qualche influenza dei Rush), con linee vocali d’immediato impatto, pur senza scadere nel monodimensionale: è l’avvicendamento di potenza e delicatezza a costituire la forza di JPL; è questa anche l’occasione per apprezzare il suono pieno, preciso e vigoroso del basso di Didier Vernet. Percussioni dal sapore etnico aprono “Dansez maintenant”, in cui troviamo una chitarra ed un piano quasi funky e battiti di mani, anche se presto entra un hurdy-gurdy a rammentarci che non si tratta di un brano di Stevie Wonder! Tutto quanto descritto è preludio all’opera maestra dell’album: la suite “Memento mori” in cinque movimenti, per 23 minuti di progressive rock classicheggiante dal sapore stavolta inconfondibilmente francese (ricordate i Versailles?): un’orchestra virtuale apre pomposamente le danze con archi, corni e timpani, ma dalla terza sezione (“La mort du roi”) in poi accade di tutto: chitarre taglienti, ritmiche spigolose, voci filtrate e declamanti, basso pulsante, tamburi marziali, ancora campionamenti di Mellotron, assoli inquieti ed asciutti in stile Steve Howe, interventi di piano e sax soprano di Sylvain Haon (“Pariah”) quasi da far sospettare che una seconda band si sia unita al quartetto rock originale. Lugubri rintocchi di campane annunciano il finale del lungo brano (“Acta fabula est”), quasi sottotono rispetto al tourbillon che l’ha preceduto, con la ripresa e le variazioni di temi musicali già presentati ed arabeschi di chitarra elettrica a rimescolare tutti gli ingredienti già assaggiati inventando una chiusura esemplare per una delle più riuscite suite ascoltate di recente.
Mi sento di consigliare l’album senza indugi a chi si crogiola con i suoni di Magnesis, Qantum, Eclat, Lazuli… ma resto convinto che anche i meno avvezzi agli stilemi d’Oltralpe troveranno qui numerosi motivi di interesse per le loro orecchie; un album che grazie alla cura maniacale infusa negli arrangiamenti e alla feconda scrittura costituisce una produzione dal respiro internazionale. Concludo segnalando la prossima pubblicazione di un cofanetto contenente tutti e tre i CD che compongono i capitoli della trilogia “Sapiens”.



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Mauro Ranchicchio

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