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ANIMA MUNDI Jagannath Orbit Musea 2008 CUB

Anima Mundi è un gruppo che significa molto per il sottoscritto. E’ infatti grazie al predecessore di questo "Jagannatah Orbit" che ho avuto la fortuna di scrivere le mie prime impressioni sul rock progressivo per questo sito. Ed è sicuramente un piacere sapere che il gruppo cubano è ancora in attività, anche se la proposta musicale che ci offre a distanza di 6 anni è molto diversa da quella che mi aveva emozionato (e continua ad emozionarmi) nei solchi di "Septentrion".
Conoscendo (e avendo già scritto di loro per queste colonne) il gruppo in questione, possiamo fare un’analisi anche più seria della musica del gruppo cubano, potendo anche soffermarci poco sulla loro patria d’origine che non è di certo la culla del rock progressive mondiale e dove già è difficile (anche materialmente e logisticamente) fare un disco che non sia di salsa cubana, figuriamoci di rock e rock progressive addirittura. Basti pensare che il disco è stato praticamente fatto in casa con un Pentium II (sì... un Pentium II) e che per registrare la batteria si è dovuto ricorrere ad un vecchio studio radiofonico in disuso da più di venti anni.
Tralasciando queste note di colore, diciamo subito che il disco è molto molto bello e che le composizioni sono tutte molto valide (“We are the light” e “Jagannath Orbit” su tutte, anche se i pezzi sono tutti di un certo spessore). Chi nel 2008 si è sentito orfano di Roine Stolt e chi non è riuscito a riprendersi dalla cancellazione del tour degli Yes troverà nelle sette tracce di questo lavoro sollievo e felicità.
Purtroppo anche non potendo affermare che ci troviamo di fronte ad un disco brutto, personalmente non faccio salti di gioia.
Quando ascoltai per la prima volta “Septentrion” rimasi affascinato dalle idee contenute in quel lavoro. Gli elementi etnici, gli strumenti non canonici come la cornamusa (che non è certo il primo strumento che viene in mente pensando all’isola di Fidel), la leggerezza delle composizioni non ci sono quasi più, e hanno lasciato il posto ad elementi sonori molto omologati che puoi trovare in molti (troppi) gruppi che fanno parte di questo carrozzone musicale.
Il Limite di “Jagannath Orbit” è sicuramente quello di suonare come mille altri dischi attuali, forse è fatto meglio di molti altri lavori dello stesso genere (è sicuramente migliore delle ultime prove dei Flower Kings per fare un esempio), ma al sottoscritto lascia un po’ l’amaro in bocca ogni volta che lo ascolta.
Quel gruppo che ho amato (e che continuo ad amare) qualche anno fa non c’è più; ora c’è un gruppo maturo che suona bene, ma in maniera impersonale, pronto a confrontarsi con l’appassionato tipo del nuovo rock progressive che troverà in questo lavoro le sicurezze sonore che cerca.
Un disco senz’altro da consigliare a tutti, anche se personalmente cercavo e speravo altro dal gruppo cubano.

 

Antonio Piacentini

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