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AMOEBA SPLIT Dance of the goodbyes autoprod. 2010 (Azafrán Media 2014) SPA

Chissà se qualcuno mi ha mai dedicato questo album, la cosa certa è che io, purtroppo, non lo stavo ascoltando perché nel 2010, al momento della sua pubblicazione, limitata ahimè a sole 500 copie, me lo sono clamorosamente perso! Non mi sono resa conto neanche della successiva tiratura di 300 copie su LP avvenuta l’anno successivo ma per fortuna, a destarmi dal torpore, ci ha pensato l’etichetta messicana Azafrán che ha curato una bella ristampa di questo splendido (diciamolo chiaramente, così potrete subito capire che si tratta di qualcosa su cui puntare la vostra attenzione) debutto, arricchito da una elegante confezione in digipack, formato vinil-replica, con tanto di OBI e di una bonus track. Per essere più precisi gli Amoeba Split comparvero sulla scena musicale nell’ormai lontano 2003 con un EP, ma tutte e tre le tracce che lo componevano sono state riversate in questo Long Playing, così che non ci sarà bisogno che impazziate per scovare qualcosa che ormai non si trova proprio più.
Ma spieghiamo il perché di tanto entusiasmo per questo gruppo spagnolo che di spagnolo, o meglio galiziano, visto che viene direttamente da La Coruña, non ha praticamente nulla. La ricetta è in gran parte di ispirazione Canterburyana, a tinte arancio e verdi, come si intuisce dal titolo della traccia di apertura, “Dedicated to Us But We Weren’t Listening”, che ci spinge più verso i Soft Machine di “Volume Two” che non verso Keith Tippett, col suo bel disco del 1971. Il filone Canterburyano viene percorso trasversalmente, scorrendo fra le pieghe musicali più soffici di National Health, Hatfields ma anche Caravan e, soprattutto, come anticipato, Soft Machine. A questo garbato jazz rock dal groove accattivante si uniscono poi preziosi inserti sinfonici con decise e abbondanti pennellate di Mellotron e Hammond (a cura di Ricardo Castro Varela, artefice anche di tutti gli arrangiamenti), leggiadri ricami di flauto, il sax di Pablo Añon ma soprattutto la voce di María Toro, fragile ma suggestiva, che sembra quasi spuntata fuori da un album folkish made in England.
Tre sole sono comunque le tracce cantate e le altre tre sono interamente strumentali. Fra queste ultime si colloca proprio la già citata “Dedicated to Us…”, piacevole, movimentata e spumeggiante, con le sue colorazioni vintage che comprendono i suoni del MiniMoog, la chitarra limpida e Cameliana di Alberto Villarroya López, che per la precisione suona anche il basso, e vistosi richiami ai Caravan. La voce di María la scopriamo invece nella successiva “Perfumed Garden”, un brano ammirevole per la sua densità di particolari e molto mobile, con un grande ruolo delle tastiere. I musicisti non amano indugiare più di tanto sullo stesso scenario e si prodigano in passaggi penetranti e delicati allo stesso tempo, disegnano melodie dai contorni limpidi, imprimono alla musica piacevoli accelerazioni. “Turbulent Matrix”, come il titolo stesso sembra promettere, parte in modo dirompente, con la batteria leggera e serrata di Fernando Lamas e l’organo Hammond turbolento. Le fluttuazioni della musica sono tutto sommato dolci ma continue, le aperture jazz decise con belle incursioni del sax mentre il flauto (suonato da María Toro che in questo pezzo non canta) imprime un tocco di aggraziata sinfonicità a scenari urbani e notturni. Questa traccia viene controbilanciata da una gentile “Blessed Water”, questa volta cantata, con un Mellotron bello e persistente, le atmosfere vaporose e gli echi Floydiani. Qui il sax, che ci offre nella porzione centrale un bell’assolo, sembra persino ricordare i Crimson Wettoniani. “Qwerty” è una bizzarria che dura appena 49 secondi ma la conclusiva “Flight To Nowhere” ne totalizza addirittura 24! Vi meraviglierete però di non trovare spartiti pieni zeppi di note e chissà quali fuochi d’artificio, scoprendo che una lunghezza così estesa serve soprattutto a sviluppare appieno e senza fretta temi musicali avvolgenti e seducenti. La musica è ora un jazz rock sfuggevole e irrequieto, ora sfoggia una coltre psichedelica ora è cameristica e teatrale, ora notturna e maledettamente Crimsoniana, altre volte sinfonica e persino Genesisiana, senza dimenticare la costante dimensione Canterburyana dove si svolge ogni singola azione strumentale. Il cantato, languido e ben modulato sulle note basse, si inserisce fra i tanti giochi di luce e contrasti, accompagnandoci piacevolmente in questo brano sfaccettato ma sempre incredibilmente equilibrato.
Un ultimo accenno va fatto senza dubbio alla bonus track, una nuova versione di “Qwerty”, ora divenuta “revisited”, appunto, registrata nel Dicembre del 2013 e che vede la partecipazione di Eduardo Baamonde al sax tenore e Rubén Salvador alla tromba. Si tratta di circa due minuti e mezzo di musica esplosiva tutta incentrata sui fiati che va a completare nel migliore dei modi un album notevole ed ispirato. Provare per credere.



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Jessica Attene

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