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IL BACIO DELLA MEDUSA Il bacio della Medusa autoprod. 2004 ITA

Vincitori dell'edizione del 2004 del concorso "Rock in Centro", organizzato dal comune di Perugia, il gruppo del Trasimeno giunge al debutto discografico con un album ruspante ma ricco di entusiasmo ed ottime idee. L'ispirazione non manca e viene convogliata essenzialmente nella stesura dei testi, che si configurano come l'elemento più originale e di maggior pregio, sia dal punto di vista formale, nella loro scioltezza e raffinatezza, che dei contenuti. Questi sono incentrati ora su tematiche impegnate, come quella sulla pena di morte (nella traccia di apertura), ora su argomenti legati alla mitologia come nel lungo pezzo "Scorticamento di Marsia" che si apre proprio con un flauto, a ricordare la sottile arte musicale del satiro che sfidò Apollo. Nella traccia di chiusura "De luxuria et de ludo et de taberna" vengono invece utilizzati i pungenti versi di Messer Cecco Angiolieri (poeta molto amato dalla redazione di Arlequins).

La voce di Simone Cecchini, che si esibisce anche alla chitarra acustica, è robusta e torva, quasi declamatoria, e ricorda vagamente le performance di Francesco Renga dei primi Timoria. La musica è energica e grezza, con una marcata matrice rock-blues a tinte Sabbathiane che ogni tanto si fanno più nette, rendendo il clima più cupo e pesante. Predominanti sono i riff elettrici della chitarra, dalle progressioni semplici ed efficaci, a volte forse un po' troppo accavallati ed arrancanti, come nella traccia di apertura "Requiem per i condannati a morte", senz'altro la più grezza del lotto, dalle spinte hard-blues imperiose. Influenze Tulliane, in certi tratti clamorose, sono evidenti nel già citato "Scorticamento di Marsia", brano molto ben costruito ed equilibrato nel songwriting, che strizza l'occhio anche ai King Crimson, sia per l'elegante sax di Angelo Petri, che si lancia in lunghi e sciolti assoli intrecciati alla chitarra ruvida di Simone Brozzetti, sia per certe atmosfere oscure. Affascinante l'utilizzo di una fisarmonica gitana ne "Il vino", pezzo costruito sull'analisi psicologica di un disgraziato ubriacone. Ancora un flauto delicato introduce il "Cantico del poeta errante", ballad ispirata, dal sapore cantautoriale, che si conclude con un cantico medievaleggiante molto evocativo e suggestivo, specie per quanto riguarda le liriche. Spagnoleggiante e briosa si presenta la traccia di chiusura, quella con i testi del noto poeta senese, molto oscura e sanguigna, anche questa di discreta lunghezza (circa 12 minuti).

Piace l'impostazione generale dell'opera, che comunque zoppica molto dal punto di vista del lavoro di produzione e registrazione, forse un po' troppo caserecci. I pezzi e le idee sono molto validi ma comunque bisognose di un buon lavoro di lima ed affinamento. L'esecuzione stessa dei pezzi appare a volte un po' sporca e nervosa ma pur sempre verace e diretta. Sicuramente si tratta di una band valida che può avere in serbo molte sorprese.

 

Jessica Attene

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