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BIG BIG TRAIN English boy wonders GEP 1997 (English Electric 2008) UK

Sulla scia del buon successo di critica del loro quinto album di studio “The Difference Machine”, gli alfieri della corrente più melodica del neoprogressivo britannico ci ripropongono una versione rielaborata del loro secondo album, pubblicato originariamente dieci anni orsono in una versione a loro detta ancora incompiuta. La formazione guidata dal chitarrista Greg Spawton era all’epoca in un periodo di rimescolamento dei ranghi e limitata dai rigori di un budget quanto mai limitato, così diede alle stampe per l’etichetta di Martin Orford un lavoro nato da un’idea ambiziosa ma inevitabilmente ridimensionato nella sua realizzazione.
Alla luce di tempi migliori, e con le possibilità fornite da uno studio di registrazione proprio, Spawton e soci hanno pensato bene di registrare ex-novo alcune parti dell’opera, ingiustamente passata inosservata all’epoca, sovraincidere alcuni strumenti in altre (utilizzando ad esempio autentici Mellotron e Hammond, all’epoca non disponibili), aggiungere una bonus-track ed affidare al fido Rob Aubrey il lavoro di remix e rimasterizzazione.
Il risultato è a mio parere eccellente, e rende giustizia ad un disco che – malgrado il basso profilo - in fondo conteneva alcuni tra i migliori brani mai scritti dai Big Big Train, piccoli gioielli cesellati partendo da una materia che definirei una lega tra il progressive inglese di scuola IQ e soprattutto Jadis e un rock alternativo senza pretese di sperimentazione (loro amano citare gli XTC); non mi sento di avvalorare del tutto la tesi degli influssi post-rock alimentata dallo stesso Spawton, forse ciò è riscontrabile nei loro lavori più recenti, dove alcuni crescendo possono essere figli di quella scuola, ma qui nonostante la “forma canzone” sia spesso dilatata si riscontra ancora un prog “ortodosso” contraddistinto da un buon livello di accessibilità.
Segni distintivi del sound dei Big Big Train, oggi come ieri, sono un songwriting indubbiamente sopra la media: non tutti saranno entusiasti del loro linguaggio espressivo ma allo stesso tempo è innegabile che anche brani di lunga durata come “Albion perfide” e “The shipping forecast” evidenzino una capacità fuori dal comune di coniugare arrangiamenti curati in modo certosino, tecnica ed aspetto emozionale.
Un discorso a parte meritano le liriche intelligenti e personali (“English boy wonders” presenta un tema di fondo che conferisce coesione ai brani), la delicatezza delle melodie vocali (una su tutte, l’autunnale “A giddy thing”) ed una voce come quella del canadese Martin Read capace di interpretarle in modo convincente, utilizzando una timbrica soft che perfettamente si addice al mondo di grande fantasia cromatica ma senza grossi clamori dei Big Big Train.
La band all’epoca della pubblicazione dell’album proveniva dalla buona ricezione del precedente “Goodbye to the age of steam”, prima opera ad avere una distribuzione ufficiale vera e propria e aveva incorporato nei suoi ranghi il tastierista Tony Müller - ed il suo pianoforte a coda - in seguito all’abbandono di Ian Cooper; qui ritroviamo appunto gli impasti melodici ammalianti del debutto, in questa nuova versione arricchiti da frequenti e provvidenziali aperture di Mellotron, ed appunto da un piano liquido che assieme alla chitarra solare e corposa si rivela marchio di fabbrica.
Altro segno di continuità è l’alternanza tra episodi più concisi ed altri di più ampio respiro; cinque brani sono parte di una suite ideale, “For Autumn”, ma c’è da dire che anche i rimanenti tendono a susseguirsi l’un l‘altro senza pause (eccellente la sequenza d’apertura “Big empty skies”/”Brushed aside”). La bonus-track strumentale “Two poets meet” vede la presenza di Martin Orford ospite alle tastiere e seppure introduca un tocco di fusion e si inserisca perfettamente nel contesto, non è certo la ragione principale per cui mettersi alla ricerca dell’album.
Infine, l’aspetto della rimasterizzazione non è certo trascurabile, finalmente il basso di Andy Poole e le percussioni di Steve Hughes (batterista con trascorsi negli Enid di R.J. Godfrey) guadagnano il giusto impatto.
Se avete scoperto e apprezzato i BBT solo grazie ad album come “Gathering Speed” o alle collaborazioni eccellenti del già citato “The Difference Machine”, qui troverete una band egualmente sincera e competente, vi emozionerete al suono caldo di autentici strumenti vintage – cosa non troppo frequente in epoca di emulatori e campionatori – e magari partirete alla caccia del successivo “Bard”; se invece già all’epoca avevate dato un giudizio non lusinghiero al disco, questa nuova edizione (che introduce anche ad un radicale rimescolamento della sequenza dei brani) potrebbe seriamente farvi cambiare idea.

 

Mauro Ranchicchio

Collegamenti ad altre recensioni

BIG BIG TRAIN The infant Hercules 1992 
BIG BIG TRAIN Goodbye to the age of steam 1994 
BIG BIG TRAIN Bard 2002 
BIG BIG TRAIN Gathering speed 2004 
BIG BIG TRAIN The difference machine 2007 
BIG BIG TRAIN The underfall yard 2009 
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BIG BIG TRAIN English electric (part one) 2012 
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