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IL BACIO DELLA MEDUSA Deus lo vult Glare Art & Communications 2012 ITA

Che il Bacio Della Medusa rappresenti una delle migliori realtà che il Progressive nostrano sia in grado di offrirci oggigiorno è, per quanto mi riguarda, fuori discussione. Fa un po’ discutere invece questa nuova opera, la terza nella discografia del gruppo, separata dal pregevole “Discesa Agli Inferi…” da ben cinque anni di attesa. Il concepimento di questo album viene da lontano, forse infatti qualcuno ricorderà che, in una vecchia intervista pubblicata sulle nostre pagine, lo stesso Simone Cecchini, menestrello, poeta e cantastorie, ci anticipava l’idea di un concept sulle Crociate. Allo stesso momento veniva manifestato il desiderio di rinnovare le sonorità del gruppo, sperimentando l’inserimento del Mellotron.
Eccoci quindi al momento di raccogliere i frutti di un lungo lavoro, frutti maturi e succosi, diciamolo subito, ma cresciuti su una pianta a dir poco avida. Trentatre minuti e cinquantadue secondi sono per me un problema per un album che, anche nell’era del vinile, sarebbe comunque stato giudicato corto. Non è soltanto una questione di pesi e misure o di cronometro. Il fatto è che questo album, senza riempitivi o sprechi, è vero, concentrato e ricco di ottimo materiale, è vero, fa sentire comunque la mancanza di qualcosa ed un generale senso di incompiutezza.
Come abbiamo accennato, il concept è ambientato ai tempi della prima crociata, quella voluta da Urbano II nel 1095, ma questo bellissimo scenario storico non nasconde in realtà nessuna allegoria particolare ma rappresenta soltanto lo sfondo alla storia di Simplicio, non eroe, non un cavaliere impavido, ma un signorotto del contado di Perugia che spera di riservarsi un piccolo feudo in Terra Santa. L’ingenuo Simplicio non solo non troverà quello che cercava ma ad attenderlo a casa, al suo ritorno, lo accoglierà un’ingrata sorpresa…
Forse più dei precedenti, il nuovo album sembra quasi costruito attorno alle splendide liriche, che guidano letteralmente l’ascolto, e alla voce di Simone che riscopriamo più ispirato che mai. Il susseguirsi degli scenari a vario un impatto emotivo danno modo al cantante di sperimentare tecniche canore diverse e di mettere in mostra le sue doti di attore. La sua voce è ora ringhiosa, ora giullaresca, in altri momenti, come in “Urbano II bandisce la prima crociata”, ha un che di operetta, nella centrale “Simplicio” è incredibilmente affabile e cantautoriale mentre nel brano finale sembra quasi quella di un autentico posseduto. Ascoltandolo in questa ultima canzone si potrebbe davvero sospettare che sia uscito totalmente fuori di senno dalla rabbia, dimostrazione questa di una grande interpretazione, come poche ne esistono nel nostrano panorama progressivo.
La musica poi non va affatto sottovalutata. Innanzitutto voglio fare un grande apprezzamento verso le sonorità utilizzate in questo disco, molto grezze, ruvide e dirette, ma con dei picchi di eleganza davvero pregevoli. La combinazione di riff distorti, di sapori acidi, con la morbidezza del Mellotron o l’eleganza del flauto, offre un effetto finale davvero spettacolare che mi ricorda certi aspetti dell’arte gotica, con le sue forme slanciate, con i suoi rosoni colorati che convivono con le forme mostruose e grottesche dei gargoyle. La scelta di questi suoni ben si adatta ad una musica che è a tratti intensa ed ispirata ma che sa essere anche grottesca, caricaturale, colorita, oppure cupa, agguerrita e vigorosa. La traccia di apertura, un’introduzione di grande atmosfera con riverberi psichedelici, è una vera e propria “Invocazione alle Muse” in cui il nostro cantore cerca (e trova all’istante) la giusta ispirazione. Gli intrecci strumentali sono delicati con la consueta chitarra arpeggiata, il flauto ed il Mellotron che sembra proprio quel quid in più che mancava nel “tradizionale” sound del gruppo. “Indignatio”, che rappresenta lo sdegno verso gli infedeli che occupano la Terra Santa, è la traccia più lunga con i suoi otto minuti e rappresenta forse il culmine artistico dell’intera opera e allo stesso tempo il perfezionamento di alcune idee che dominavano nel precedente disco in studio. Splendide arie sinfoniche con tastiere, oserei dire regali, fluiscono attraverso sentieri musicali rocciosi e pieni di spigoli. La musica è imponente, molto suggestiva, dirompente, con splendidi slanci strumentali e un bell’innesto del sax tenore quasi Crimsoniano. Il turbinio del basso e della batteria rende il brano assai dinamico, dall’impatto live, e dà quasi l’impressione di cavalcare il vento impazzito. Ritroviamo bei riferimenti a gruppi come De De Lind o Biglietto per l’Inferno ma dobbiamo dire che i ragazzi del Bacio ci mettono molto del loro, rileggendo le influenze in modo molto personale. In particolare sono belli i vaghi riferimenti folk che in un certo senso mi fanno pensare ad antichi feudi dell’Italia centrale.
“Urbano II bandisce la Prima Crociata” si apre con un suono che rievoca le squillanti chiarine degli araldi che fanno largo ad una specie di marcia trionfale e volutamente caricaturale con cori divertenti e ritmi festosi. La graziosa melodia del flauto che scorre sui tamburi di marcia sembra quasi quella del pifferaio magico che solletica la mente di Simplicio con speranze di conquista evocando l’immagine della Terra Santa, e non a caso la ritroviamo anche alla fine della splendida ballad “Simplicio”, come a ricordare al nostro eroe lo scopo del suo viaggio, tenendolo lontano dalle tentazioni di una bella fanciulla. Con la title track superiamo già abbondantemente la metà dell’opera. In questo caso i riff serrati di chitarra sembrano quasi thrash risalente ai Metallica di “Kill ‘Em All”, mentre la combinazione fra cori epici e cori granitici potrebbe ricordare quasi i Blind Guardian, ma non temete, anche se la velocità di crociera è ora spericolata, non si può certo dire che la band abbia cambiato vessillo, come dimostrano le belle aperture Tulliane alla fine del brano. “Verso Casa” ha in sé qualcosa di beffardo, con le sue melodie quasi da circo ed il suo strambo ritmo di mazurca, come a preannunciare il destino ingrato che si svela nella traccia di chiusura che si intitola appunto “La Beffa”, la cui teatralità è davvero folgorante con tanto di urla in stile Ian Gillan che sollecitano le corde vocali del nostro menestrello oltre misura.
L’album, che ha un po’ l’aspetto della rock opera, appare perfetto per l’esecuzione dal vivo, anche in virtù dell’energia che è in grado di sprigionare. Il grado di maturazione del gruppo sembra perfetto, l’ispirazione è qui ai massimi livelli e la musica è davvero variegata e coinvolgente, nonostante questo pesa la brevità dei trenta minuti che dà quasi il senso dell’incompiuto, non perché a queste splendide canzoni manchi qualcosa ma perché sarebbero potuti essere dei tasselli di un’opera di più ampio respiro e per questo percepisco questo lavoro come un’occasione mancata. Non lasciatevi però fuorviare da questa critica: è un disco corto e poteva essere altro, va bene, ma è comunque una delle uscite discografiche più interessanti dell’anno, mediamente molto al di sopra di parecchi altri titoli e merita sicuramente di essere ascoltata e riascoltata, a volume alto per giunta. Per finire un accenno alla splendida confezione con copertina rigida che sembra quasi un incunabolo, ornata da disegni davvero belli ed eleganti, motivo in più per acquistare questo album.



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Jessica Attene

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