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BIG BIG TRAIN English electric (part one) GEP/ English Electric Recordings 2012 UK

Lo avevamo tanto aspettato, e ci aspettavamo tanto da questo nuovo album soprattutto per le promesse lanciate con l’ottimo EP “Far Skies Deep Time” uscito nel 2010 che doveva fare da ponte fra “The Underfall Yard” (2009) e questo nuovo capitolo che siamo impazienti di scoprire. Le aspettative sono state ripagate? Il magnifico exploit che aveva proiettato questa band inglese ai vertici delle preferenze degli amanti delle sonorità sinfoniche e romantiche era stato solo il frutto di un irripetibile momento di grazia? Il gruppo della storica accoppiata Greg Spawton/Andy Poole, vertice al quale aggiungiamo a questo punto anche il cantante David Longdon che si è integrato perfettamente con il duo nel processo creativo e compositivo, ci regala un disco che rimarrà sicuramente negli annali del Progressive Rock come album fra i più belli dell’anno in corso. Ci rimane da capire se sia migliore o peggiore rispetto a quelli che lo precedono ma questo forse è bene che lo stabilisca ciascuno di voi singolarmente perché i livelli sono quelli, più o meno, e non sarà qualche discrepanza millesimale nel giudizio a fare la differenza, ve lo assicuro. Qualche piccola variazione stilistica la percepiamo, ma è giusto così, altrimenti tanto varrebbe ripetere ogni ciambella ben riuscita con uno stampino e campare di quello. L’arte esige ben altro e se le spinte sinfoniche sono più stemperate in un oceano ampio e sereno, fatto di sonorità soft e acquerellate, dai riflessi romantici particolarmente brillanti, non si tratta che dei connotati di un’opera che reclama la propria individualità.
Ad integrare la formazione, che è completata sempre dal batterista Nick D’Virgilio e dal chitarrista Dave Gregory, tornano numerosi elementi orchestrali, con una brass band ed un quartetto d’archi, ed ospiti eccellenti come Andy Tillison dei Tangent e Rachel Hall degli Stackridge. Come per i precedenti album, e forse anche di più, tutte le potenzialità dei diversi artisti sono sfruttate via via per arricchire di particolari canzoni che non sono mai appariscenti ma che presentano comunque tanti dettagli da scoprire, non sempre a portata d’orecchio ad un primissimo impatto. La scelta dei suoni è spettacolare con gradazioni di colori che virano dolcemente dalle classiche sonorità orchestrali, a quelle calde del jazz e ai bellissimi ornamenti del vintage Prog con bei suoni di Mellotron, quello vero. Il motore delle canzoni è l’emotività la quale è sostenuta essenzialmente dalla splendida e Gabrielliana voce di Longdon.
Questo album, che è solo la prima parte di un’opera più ampia, è fatto di tanti racconti che celebrano le umili gesta di gente comune, storie di operai, marinai ed artigiani che provengono da ogni angolo dell’Inghilterra, che lavorano e sognano. Ogni canzone è una piccola storia raccontata da testi molto poetici e dalla sua cornice musicale che si adatta alle emozioni del momento, esaltandole e trasformandole in autentico feeling. Lì per lì sembra quasi che l’album sia fin troppo delicato e che tardi a decollare: “The first rebreather”, la prima traccia, si fa strada piano piano e gli elementi sinfonici, ricchi di particolari vintage immersi in un sound moderno, straripano poco a poco, come la marea che si gonfia. La luce dei Genesis filtra attraverso questa musica ma non si tratta di pura imitazione ma di una ispirazione che è messa al servizio dell’intero album. Li percepiamo in alcune linee di flauto, come quelle della traccia appena citata, negli attacchi delle tastiere, nella scelta di certi registri, negli arrangiamenti e soprattutto nella voce di Longdon che ricorda quella di Gabriel ma che si divincola comunque istante per istante da questo pesante modello con uno stile personale. Splendido è l’effetto moltiplicativo che si percepisce quando entra in scena l’orchestra che riempie lo spartito per poi ritirarsi al culmine del pathos, come le onde che lambiscono ritmicamente gli scogli e li lasciano in secca. Se “Uncle Jack” inizia con le note del banjo e ricorda stranamente qualcosa del Collins solista, cedendo a tentazioni pop con le sue parti deliziosamente cantabili, la successiva “Winchester from St. Gilles’”, che prosegue su atmosfere languide e rilassate, ci regala un finale delicato e deliziosamente sinfonico che fa sì che nulla sia proprio così scontato come può sembrare ad un primo momento. Sinfonica eccome lo è “Judas Urepentant”, costruita su un motivetto barocco che pare riportarci ai tempi di “Nursery Crime”, ma si tratta di impressioni fugaci in un pezzo vivace ma che non manca di atmosfera. “Summoned by Bells” potrebbe ricordare più gli Spock’s Beard in alcuni passaggi, anche se il fantasma dei Genesis è sempre dietro l’angolo.
Sorvolando sulla delicata ballad “Upton Heath”, quasi Hogarthiana, direi che “A Boy in Darkness” rappresenta uno dei momenti più intensi dell’album, iniziando con atmosfere soft jazz oscure ed esplodendo letteralmente con l’andare dei minuti con momenti orchestrali che ora davvero prendono il volo mescolandosi alle situazioni elettriche in tante variazioni, condite anche da diversi assoli, ora di violino, ora di flauto. A chiudere l’album un’altra canzone non breve, a dimostrazione che la band ha davvero molto da dire, con cori ammiccanti un po’ Beatles, un po’ Neal Morse.
I conti sono facili: otto canzoni per un totale di 58 minuti e 44 secondi con un minimo di tre minuti circa per la seconda traccia e un massimo di nove per “Summoned”. Una scaletta ben bilanciata, se ci riflettete, con musica assolutamente non stancante. Insomma i Genesis ci stanno, come abbiamo detto più volte, ma il contesto è qualcosa che sfugge un po’ all’era del vintage prog aprendosi a soluzioni più moderne, che strizzano l’occhio a scelte melodiche tipiche della seconda ondata del prog britannico ma che non cedono mai a banali semplificazioni, mantenendo al contempo un linguaggio ricco ed elegante. L’amico Roberto Vanali ha suggerito che questo album dei Big Big Train potrebbe essere un ipotetico album fatto da Genesis che, in una realtà alternativa, non avrebbero effettuato la virata commerciale di “Abacab”. Mi piace in particolare l’idea della continuità del discorso che offre questa metafora: una strada musicale che parte da quei presupposti ma che continua per raggiungere mete a cui il celebre gruppo non è mai approdato. Elucubrazioni a parte, mi appello agli amanti del prog sinfonico e romantico, se esistono ancora: questo disco è per voi.


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Jessica Attene

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