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COPERNICUS Deeper Nevermore 1987 (Moonjune 2012) USA

Che altro si può dire su tale personaggio che già non sia stato detto, nel bene e nel male, su queste stesse pagine virtuali? Joseph Smalkowski, in arte Copernicus – pseudonimo di certo non casuale, vista la rivoluzione concettuale operata dallo scienziato omonimo tra il XV ed il XVI secolo –, declama il proprio disappunto soprattutto verso un certo tipo di società statunitense tanto bigotta quanto sanguinaria, sbraita la desolazione di chi è rimasto solo a recitare una parte anacronistica, sbatte violentemente la testa contro il muro, nella vana illusione che ci sia qualcuno che si impressioni… Illusione a cui forse non crede nemmeno lui, mentre recita rimanendo sempre e comunque fedele a se stesso.
Si tratta di un pensatore (volutamente delirante, se non dissociato) che compone specie di trattati pseudo-poetici, i quali odorano forzatamente di un certo tipo d’avanguardia capace (oggi) di far sorridere ed ogni tanto riflettere. Di certo viene molto semplice immaginarcelo nella foto di copertina, il cui vestito elegante fa parte dell’atteggiamento insito nel personaggio, magari perso in una musica cameristica, a tratti intellettualmente jazzata, con tendenze militari. Ma sarà mai esistito davvero tutto questo? Forse, sì. Non è dato però sapere in quali contesti e per quanti attimi. Certo, decidere di voler sostenere il ruolo di un personaggio simile e poi appurare di colpo che in teatro si è soli, senza nessuno in platea, deve essere frustrante. E allora viene da bere ed incominciare ad inveire ancora più forte, dopo aver masticato amaro in silenzio. Così, prende persino vita la colonna sonora delle invettive, a volte pure ben mirate, che non può prescindere in alcun modo dagli strepiti del soggetto stesso. Un elemento sonoro che sulla carta potrebbe anche presentare un valore non da poco se fosse stato scevro dalle “spesse incrostazioni” del protagonista, ma che in realtà esiste solo in quanto esiste anche Copernicus. Se infatti non ci fosse lui con i suoi malumori e le sue denunce, l’elemento sonoro non avrebbe potuto prendere forma alcuna. Non in una determinata maniera, comunque. Le parole si muovono in un particolare modo perché vi è la musica che sembra sottolinearle ed indirizzarle lungo un anomalo andamento. E viceversa, indissolubilmente. Forse fino alla dannazione che già è sopraggiunta da tempo. Capita, quando ci si vuole compenetrare troppo nelle meschinità umane e nei substrati del cosmo che ne hanno consentito l’esistenza stessa. Un titolo come il minuto di “The U.S. Does Not Exist”, con tanto di inno sfiatato, è un emblema fin troppo eloquente.
La Moonjune ha preso a cuore questo artista che si è convinto di essere un irrequieto e, oltre a pubblicare i suo recenti lavori, sta anche ristampando in CD i precedenti vinili, risalenti ad oltre venti anni fa. Questo “Deeper” è il terzo album, che nel cuore degli opulenti anni ’80 doveva sicuramente essere assai “alternativo”. Vengono in mente personaggi come Captain Beefheart, il Frank Zappa di denuncia che non si curava affatto di come potessero suonare i propri sberleffi, la Edgar Broughton Band più stramba e meno hard rock, ma anche certe cose dei Gong (di sicuro non quelli più space). Tutti elementi che poi sono stati ripresi persino dagli irriverenti Census of Hallucinations in tempi a noi più vicini. Del resto, il tono, anche di voce, è esattamente il medesimo. Ma esiste anche quella musica di cui si parlava prima; c’è del jazz, della psichedelia, della forma-canzone che rantola sullo sfondo, andando a costituire davvero un’espressione di avanguardia che dura solo per l’arco di un singolo album. E allora, perché non riascoltare alcune cose che forse ci erano sembrate interessanti? In “Chichen-Itza Elvis” pare persino di sentire a tratti gli High Tide che si sforzano di venir fuori, concludendo con un pianoforte che nella realtà aveva suonato per tutto il tempo, ma risultava subissato da altre impalcature sonore. A proposito di pianoforte, da sentire la tristezza della conclusiva “Come To It”, un’analisi filosofica in cui si conclude stabilendo amaramente che nulla esiste.
“Disco Days Are Over” ha una quieta base folk da highlands che pare ammiccare sia all’Oriente che al gospel, “They Own Everything” con le sue trombe cosmiche e blueseggianti rivela gli orrori dei Governi (a cui segue, non casualmente, la già citata “The U.S. Does…”) e “Atom By Atom” è una rilettura dello Zappa versione xilofono e percussioni cupe.
Domanda: chissà come suonerebbe una pubblicazione simile alle orecchie di un anglofono? Perché, in effetti, Copernicus potrebbe contorcersi dicendo qualsiasi cosa… e per noi sarebbe esattamente lo stesso! Di certo un ascolto attento gli va riconosciuto, ma una volta fatto ciò non è detto che siano in tanti quelli che vorranno completare l’intera discografia. Però almeno un suo album vale la pena di averlo. Giusto per vantarsi di averci provato.


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Michele Merenda

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