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CATAFALCHI DEL CYBER Il bis Ma.Ra.Cash 2016 ITA

Tra tutti i vari progetti e gruppi in cui Cristiano Roversi è coinvolto, quello dei Catafalchi Del Cyber è il più pazzoide ed imprevedibile, risultando sempre pervaso di una vena di umorismo e pazzia creativa come raramente altrove si può trovare, almeno nell’ambito del Prog italiano. Sempre affiancato dal duo Bertolini (basso, theremin e chitarra acustica) e Ravenoldi (voce, tastiere e chitarre), il buon Roversi (programming, tastiere, giradischi -?- e bass pedals) ci viene a proporre il seguito dell’esordio di questo progetto, risalente al 2011, con questo disco contenente 12 titoli che ondeggiano tra King Crimson, Marillion, Zappa, Cardiacs e altre somiglianze minori che l’ascolto di quest’album ci riserva.
Il brevissimo intro ci catapulta dentro “Il buon caffè”, una brevissima (per fortuna) cavalcata punk/klezmer (con Mellotron!) che, a sua volta ci proietta dentro la prima vera canzone dell’album, peraltro forse la migliore. “Heavy Love” in effetti è un lungo brano di quasi 8 minuti che ci offre un Prog inaspettatamente poetico e suadente, con atmosfere debitrici dei King Crimson più melodici e degli Anekdoten, con un bell’utilizzo del piano elettrico, o addirittura dei Genesis, con un finale più virato sulla psichedelia e sul post rock. Certo… decisamente diversa da un brano rap/hip hop (!!!) come “Fakoya ltd” che contiene (a parte il ritornello musicale, decisamente e bizzarramente sinfonico) quanto di più esecrabile possa essere concepito da qualsiasi appassionato Prog.
Fortunatamente gli episodi più simili al primo prevalgono decisamente sul secondo. E’ facile considerare quest’album come una suite unica in cui i vari brani, ognuno con le proprie caratteristiche, rappresentano vari movimenti di un unicum. Come tale si riesce ad ondeggiare tra le mille variazioni e caratteristiche diverse attraverso cui spaziano i tre catafalchi, spaziando tra i nomi sopra menzionati, John Zorn, Yes, il Fripp più sperimentale, una fusion energica, space rock, gli Area… tutto mescolato, frullato e ottimamente servito.
L’album, nel suo complesso, è decisamente piacevole. Fatti salvi un paio di episodi, la pazzia e l’eccentricità che sono il marchio di fabbrica del trio non comporta mai disturbi nell’ascolto, anche quando questi sono tirati e quasi urlanti; talvolta invece le canzoni si fanno addirittura spensierate ed accattivanti, come nella melodicissima “Ti vengo a cercare” (molti titoli sono in italiano ma il cantato è sempre in inglese… altra bizzarria) o nella vagamente yesseggiante “112” o ancora nella conclusiva “Mouth shaped universe”.
Bizzarria per bizzarria… nello strumentale “Il cavaliere odia”, in bilico tra fusion e klezmer, sul finale potete appunto ascoltare la voce del Cavaliere (sì, QUEL Cavaliere).



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Alberto Nucci

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