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SPOKE OF SHADOWS Spoke of Shadows Firepool Records 2014 USA

Niente regole!”. Quando si parte da una simile premessa, in ambiti legati al progressive rock, il pericolo di fare brutta figura con dischi che non hanno né capo né coda è altissimo. Ma l’idea di rischiare il peggio non deve aver minimamente sfiorato Mark Cook, polistrumentista che si è fatto conoscere con gli Herd of Instinct e che aveva voglia di un nuovo progetto che portasse lui e la sua Warr guitar verso una contaminazione di generi, in una sorta di sperimentazione che non facesse perdere il senso della melodia e coinvolgendo musicisti provenienti dai background più disparati. Trova un perfetto compagno di avventura nel batterista Bill Bachman (già collaboratore di Neal Morse e Michael Harris), con il quale trova immediatamente comunione di intenti, passioni condivise e registra un album a nome Spoke of Shadows. Al drummer viene data un’unica e “semplice” indicazione: “Suona quello che normalmente non sarebbe permesso di suonare in altri gruppi”. Il duo è comunque coadiuvato da altri musicisti , tra i quali riconosciamo il nome di Gayle Ellett dei Djam Karet (con i quali è condivisa anche la casa discografica).
Primo brano, “Dominion”: apertura sinfonica, ma dopo meno di un minuto entra la chitarra che spinge fortemente verso un sound à la King Crimson anni ’80 e queste due facce della stessa medaglia proseguono con continue evoluzioni lungo i cinque minuti del brano, con l’inserimento anche di echi di mellotron ed una robustezza non distante dal metal. E’ un inizio emblematico, che già descrive bene quel dualismo che verrà fuori costantemente durante l’ascolto: un animo frippiano e irrequieto, ma capace di legarsi alla musica classica più romantica. D’altronde, all’elettricità della chitarra, fanno spesso da contraltare timbri molto più morbidi, tra interventi di flauto, piano e con i mille colori disegnati dalle tastiere e dalla stessa Warr guitar. Sicuramente gli estimatori del Re Cremisi troveranno di enorme gradimento tutto il disco ed in particolare pezzi come “Harbinger”, “Lost one" e “Tilting at Windmills”, orientati verso il periodo ’73-’74 (ma anche ricchi di stravaganze e di varie contaminazioni, mostrando rimandi persino a Peter Gabriel), o anche le conclusive “Dichotomy” e “Drama of display”, più in linea con quanto fatto da Fripp e compagni negli eighties e nei decenni seguenti. “Pain map” avrà successo soprattutto tra chi ha apprezzato i vari ProjeKcts; invece, in brani come “Images”, “One day”, “Persona”, “Splendid sisters” e “Accord” viene fuori l’anima più melodica del duo, con ritmi più compassati, atmosfere fantastiche evocate dal mellotron e dagli archi, interventi di flauto dedicati a chi ama i suoni vellutati ed un romanticismo di fondo di grande presa.
Lavoro interamente strumentale di buonissima qualità, destinato soprattutto a chi ha sempre avuto un debole per King Crimson e Djam Karet.


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Peppe Di Spirito

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