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WOBBLER From silence to somewhere Karisma Records 2017 NOR

Cloni di…? Copiano da…? Si rifanno decisamente a…? (nel più fortunato dei casi…). Ormai la quasi totalità delle prog band sono “condannate” da giudizi (talvolta affrettati) volti a sminuirne la qualità musicale (come se gli altri generi fossero sempre innovativi). A tali, anche prevenuti, pareri non sono certo esentati i norvegesi Wobbler che, con “From silence to somewhere” giungono al quarto album in studio. Da sempre attratti da sonorità vintage (e con strumentazione adeguata) e, chiaramente ispirati da band come Yes, Gentle Giant, Genesis, hanno saputo comunque creare un sound affascinante, di grande valore e “tipicamente” Wobbler.
Il nuovo lavoro è diviso in quattro tracce per poco più di quarantacinque minuti di durata che, se da un lato evita lungaggini, dall’altro ci priva di qualche brano in più di probabile valore. Ci accontentiamo, perché le tre composizioni più articolate (la title track che sfiora i ventuno minuti, “Fermented hours” di dieci e “Foxlight” di più di tredici) ci offrono una band in gran forma ed ispirata (almeno) come nel precedente “Rites at dawn”. Suoni caldi e pastosi, uno stuolo di strumenti d’annata (Hammond, Mellotron, Minimoog, Chamberlin…), un basso “corposo” e ben presente, le cesellature della chitarra elettrica, i contorni offerti dalla dodici corde, un vocalist espressivo, una batteria piuttosto creativa. Caratteristiche secondarie? Un suono ampiamente sfruttato negli anni? Ma il progressive = innovazione? Prendiamo nota di tutto… ed andiamo avanti.
La suite ”From silence to somewhere” è incantevole: composizione di estrema naturalezza in cui i musicisti creano un tessuto sonoro con assoluta perizia. Non mancano “solos” importanti ma la qualità principale è data dall’alchimia raggiunta dai cinque Wobbler che, tra uno sprazzo sinfonico, una ”allure” folk offerta da flauto e clarinetto e momenti di “caos organizzato”, lasciano esterrefatti per la molteplicità delle soluzioni proposte. Un suono anche oscuro e misterioso, autunnale ed introspettivo, ma con sgargianti esplosioni “primaverili” che, di tanto in tanto, colorano a tinte vivaci il brano.
Un viaggio… un grande viaggio… appena iniziato. Sempre “già sentito"? Riprendiamo nota. E procediamo oltre.
Il secondo pezzo, “Rendered in shades of green” è un breve intermezzo per archi e piano, mentre la successiva “Fermented hours” è un altro “carico” calato dalla band norvegese. Facciamo prima un passo indietro e soffermiamoci brevemente sul fil-rouge che lega le liriche dell’album: testi ispirati alle metamorfosi, all’alchimia, al pensiero rinascimentale ed alla crescita psicologica e di consapevolezza di sé dell’essere che proprio in “Fermented hours” hanno sviluppo ulteriore. Nel brano, infatti, sono citati estratti da ”l’Indovinello Veronese” (il presunto testo più antico in volgare italiano) e della “Teseida” di Boccaccio che può essere interpretato anche come un omaggio al progressive italiano degli anni che furono. Tornando al brano, l’introduzione trae chiara ispirazione dagli Yes di “Relayer” (“Sound chaser”?), con una sezione ritmica granitica. Il brano si fa poi più delicato in cui emerge la voce di Andreas Wettergreen Strømman Prestmo. Un lento crescendo, su un tappeto di tastiere, ad accompagnare ancora il vocalist, un gran lavoro di Hultgren (basso) e Kneppen (batteria) ed il brano volge al termine in un turbinio di note e colori.
Anche nella quarta traccia “Foxlight” la band si “abbevera” a quella fontana (inesauribile?) che già dissetò molti gruppi dei seventies e che dispensa frutti generosi pure oggi. Stavolta l’inizio è sussurrato, chitarre acustiche, flauto, tastiere appena accennate. Solo intorno al quarto minuto il brano sale d’intensità con le tastiere di Frøisle a sbizzarrirsi a più riprese, nonostante gli interventi del flauto (che ogni tanto fa capolino) a cui si accoda la dodici corde di Halleland (il nuovo chitarrista), forniscano momenti di pausa apparente. Il finale, una sorta di folk-sinfonico, con un bel guitar-solo, è degno della bellezza del brano e dell’intero album.
“From silence to somewhere” si candida, per quel che mi riguarda, ad essere tra i lavori migliori del 2017. I detrattori non mancheranno, certamente. Ma c’est la vie!! Non cambieremo certamente parere.



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Valentino Butti

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