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VESPERO Tej 6.7 autoprod. 2026 RUS

Se i conti tornano, questo dovrebbe essere l’album in studio n. 17 per la band russa, senza contare i vari live ufficiali – usciti con scadenza quasi regolare – e altri lavori rimasti ancora inediti. Dopo l’uscita del tastierista Alexey Klabukov, dal gruppo ora va via un altro elemento storico, cioè il violinista Vitaly Borodin, che svolgeva un importante ruolo anche a livello compositivo. Oggi, assieme a Ivan e Arkady Fedotov – rispettivamente, basso e batteria, vera spina dorsale della space-rock band russa – mantiene saldo il proprio ruolo il chitarrista Alexander Kuzovlev (qui anche al mandolino e al saz, detto anche “chitarra saracena”), a cui si unisce l’altro chitarrista Vladimir Ryabinin. Quest’ultimo, era già presente alla chitarra acustica su un brano del precedente album.
Il lavoro preso in esame è il frutto di due anni di ricerca musicale, soprattutto in ambito etnico. Così, se l’iniziale “Cendo” finisce ancora una volta per pagare tributo agli Ozric Tentacles, occorre comunque rilevare che oltre all’uso degli strumenti tradizionali viene impiegata la fisarmonica dell’ospite Alexander Koryukovets, che sarà presente su buona parte del lavoro. E nel finale, la composizione diventa solenne. Da rimarcare l’uso molto complesso della batteria, da approccio decisamente jazz-rock, capace di creare controtempi repentini nell’arco di pochi istanti. Dal canto suo, invece, “Issero” cambia registro e si rivela uno dei momenti migliori: inizio quieto, che sa molto di fusion, pur non rinunciando agli effetti “cosmici”; poi, nella seconda parte riprende la tradizione etnica, stavolta dal sapore balcanico, in cui proprio la fisarmonica diventa valore aggiunto assieme agli strumenti acustici a corda. Fisarmonica che si mostra preponderante anche nella parte centrale della successiva “Joreil”, prima di lasciare spazio all’intervento chitarristico.
“Tio” mostra definitivamente il nuovo percorso esplorato dai Vespero, in cui i due chitarristi danno sfoggio della propria tecnica, persino con qualche puntata finale nel math-rock, esplorando comunque le possibilità offerte dal sound del guitar-synth, sulla scia di Jeff Beck. “Akcani” è articolata sul gioco di entrambe le chitarre, denotando persino un vago riferimento ai Wishbone Ash nella seconda parte, prima di lasciare che la fisarmonica apra nel medesimo brano le danze su ritmi nuovamente etnici. “Plake” parte bella intricata e va avanti così per un paio di minuti, prima di rilassarsi e poi essere di nuovo protagonista di fasi che stridono tra loro. “Captili” viaggia su tranquille rotte fusion – quest’ultima, intesa comunque nella versione dei Vespero – e la conclusiva “Far” conferma definitivamente questa tendenza. Maggiormente complessa, col basso in evidenza (come del resto in buona parte dei brani qui presenti), mentre le chitarre seguono a loro volta i propri percorsi, anche dissonanti.
Le otto tracce qui presenti possono apparire eterogenee, frutto evidente di quei due anni di cui si è parlato all’inizio. Sì, stavolta l’approccio è stato decisamente diverso, mettendo un po’ da parte la musica “cosmica” e la psichedelia. Del resto, dopo tanti album, continuare a proporre sempre il medesimo stile sarebbe risultato da tempo stancante. Adesso, le composizioni sono molto più centrate sulle chitarre e meno sull’elaborazione di atmosfere musicali, potendo comunque contare sulla sezione ritmica sempre più tecnica e sugli inserimenti della fisarmonica, che spesso creano dei veri e propri spartiacque all’interno dei pezzi stessi. Un altro buon lavoro da parte della band di Astrakhan, la cui curiosa cover è opera di Elena Kosareva.

 

Michele Merenda

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