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NIK COMOGLIO Anima di legno autoprod. 2007 ITA

Dei trascorsi progressivi di Nik Comoglio si conoscono i due lavori con i Syndone e “Il sogno di Itaca” del 2005, ampiamente trattati su queste pagine. Nel mondo prog, meno si conoscono gli altri lavori di Comoglio, dove ricordo opere per teatro, musical e colonne sonore. Per le opere teatrali esce ora questo "Anima di Legno", ispirato alla favola delle favole: il Pinocchio di Collodi. Orchestra, Coro e Percussioni + Ottetto jazz, sono gli elementi base della trattazione sonora dell’opera, suddivisa in ben trenta movimenti dall’”Overture” al “Finale”.
Piuttosto varia l’impostazione musicale dei movimenti che spazia dalla classica, al jazz, alla canzone, al rock, al prog e al pop, con parti più orecchiabili e momenti decisamente più elaborati e piacevoli. Fra tutto, comunque, la cosa che salta maggiormente all’orecchio è una certa pacatezza di linguaggio, talvolta addirittura sommesso con un massiccio uso di scale minori armoniche per accrescere un senso di complessiva afflizione e drammaticità, che in effetti già pervade il testo dell’opera originale. Non mancano però anche momenti più reattivi, sinfonici e melodici. Alquanto complesso trattare tutti e trenta i movimenti, soprattutto per non generare paginate per una recensione che diverrebbe poco leggibile. Vediamo quel che si può fare partendo dai tre movimenti iniziali con un avvio di pianoforte dal tocco lieve e melodico e con apertura verso un sinfonico pastorale fatto di corni e archi un po’ nello stile Anthony Phillips. “Voce della Foresta” è uno dei brani migliori dell’opera, con jazz tirato, momenti zappiani e tracce di cori zeuhliani. “Anima di legno” è una gioia romanzata e melodica, dall’avvio cameristico che diviene un pezzo che certa gente per poterlo portare a Sanremo darebbe l’anima. Poi c’è il trittico delle marionette e Mangiafuoco che grazie alla stentorea voce baritono di Paolo Servirei e alle trame in bilico tra Classica e Jazz spiccano per singolarità. Di spunto più lineare e semplice la trattazione orchestrale del Gatto e La Volpe, della Fata dove spiccano le qualità vocali di Cristina Lo Russo e la capacità di tessere trame appena palpabili tra archi, arpe e flauti. Si torna a movimentare le idee con il 6/8 de “Sulle Ali”, con un particolare protagonismo del basso elettrico, che lascia il campo ad un momento arpeggiato fuso con le trame di “Lucignolo” ancora raccontato dalla voce della Lo Russo tra piglio Pop e lirico. Esplosivi da jazz band orchestrale i 50 secondi de “La città” che senza soluzione di continuità ci portano al dramma jazzato delle “Orecchie d’Asino” e alla Raveliana “Marcia dei Ciuchi”. Rapide tracce, dominate da un pianoforte dinamico e preciso ci portano verso il finale, facendoci percorrere le tragedie del burattino tra i flutti e il “Pescecane”, fino all’intervento, mesto, ma risolutivo di Madre Natura che grazie ad un violino strappa-anima lascia lo spazio per un ritorno in valzer del tema iniziale. Il cerchio si chiude e la favola finisce.
Opera complessa, dalla quale non ci deve aspettare prog di stampo classico: gli intenti, i metodi e la manualità esecutiva sono spesso distanti da quello che normalmente siamo abituati ad ascoltare come prog, eppure c’è questa variegata tessitura stilistica, questo celare componimenti elaborati sotto veli di apparente semplicità e, soprattutto, questa forte componente dinamica e cangiante dei pezzi fusi a concept che ci costringono a restare affascinati e coinvolti da questo lavoro che, pur trattando argomento piuttosto ritrito, ha saputo farlo con forte personalità. L’impiego di sforzi, immagino notevoli, penso sia ben ripagato dal risultato seriamente positivo.

 

Roberto Vanali

Collegamenti ad altre recensioni

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