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CAST Beyond reality autoprod. 1996 MEX

Cosa sarebbe un numero di Arlequins senza i CAST? ...ebbi modo di dire non molto tempo fa... infatti il numero scorso, che non vedeva la presenza di nessun disco del prolifico gruppo messicano, abbiamo rimediato con un'intervista... ma ora ritorniamo ai ritmi consueti e ci godiamo questo loro sesto album (in poco più di due anni!). Le promesse fatte da Alfonso Vidales, mente creativa e tastierista del gruppo, sono state mantenute: "Beyond reality" si presenta con sonorità leggermente più jazzate rispetto ai precedenti lavori, ma anche più sinfoniche, occorre dire, pur mantenendo il marchio di fabbrica CAST, caratterizzato da un Prog di stampo britannico, con sonorità e idee moderne ma non troppo... ispirate dai Marillion ma non troppo.
"Beyond reality" si presenta formata da 4 suite, una forma un po' inedita per i CAST, anche se ogni singolo movimento conserva identità propria. "The rescue" si presenta subito bene, con un'apertura strumentale entusiasmante, ma il seguito di questa prima composizione non è da meno. Il cantato di Dino Brassea, uno dei punti deboli dei CAST in passato (ma ricordiamo che il gruppo ha anche un altro cantante nella persona del chitarrista Francisco Hernandez), guadagna qualche punto. L'orchestrazione di questo pezzo fa il resto, con una batteria quanto mai creativa che impazza alle spalle di chitarra e tastiere, cui sempre spetta il ruolo di inventare la musica del gruppo; il flauto con cui sempre Brassea si (e ci) diletta completa il lavoro ai fianchi (!) delle nostre orecchie, veramente ben disposte verso il mondo intero, dopo quest'ascolto. "The north" ci riporta un po' verso terra: sempre molto bella, ma, a parer mio un po' pacchiana in certi stacchi della sua seconda parte. "The mirror's house" inizia con un brano iper-classicheggiante ("Marcato"), con una chitarra spagnola che duella a lungo con delle tastiere dall'incedere... marcato, il pezzo poi sfocia nella lunga "The mirror's house", l'episodio migliore dell'album, assieme al trittico iniziale. Il flauto prende qui pesantemente piede, facendo a lungo le veci del cantato e firmando un brano che è davvero un piacere ascoltare da cima a fondo. Ultimo brivido affidato alla breve e (ancora) classicheggiante, ma stavolta anche per lo stile del cantato, "Transparent symbols"... anzi no, c'è la bonus track, tratta direttamente dal tributo ai Carnei cui il gruppo ha partecipato. Non so quanti di voi abbiano avuto la ventura di ascoltare un album dei CAST (purtroppo non è che siano proprio facili da trovare), ma per chi l'ha fatto, e anche per gli altri, mi pregio di annunciare che questo è sicuramente il loro miglior lavoro.

 

Alberto Nucci

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