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ROBERT REED Sanctuary Tigermoth Productions 2014 UK

S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo… e se invece fossi Mike Oldfield, che disco realizzerei? Chissà se Robert Reed si è posto questa domanda, magari in maniera meno bislacca, prima di sfornare questo suo primo album solista? Già, forse non lo sapete, ma questo brillante compositore e polistrumentista, che la maggior parte di voi conosce sicuramente attraverso le opere dei Magenta, ha deciso di diventare musicista dopo aver ascoltato, alla tenera età di sette anni, il celeberrimo “Tubular Bells”. La sua passione era così viscerale che col tempo imparò a suonare tutti gli strumenti che comparivano in quell’album, campane tubulari incluse, ovviamente. Ecco che Robert Reed sente che è giunto il momento di omaggiare il suo grande maestro, prende in mano tutti gli strumenti che gli servono, una ventina in tutto e tutti autentici (ci tiene a precisarlo: niente campionamenti o artifici del genere), recluta giusto una bella voce femminile, quella di Angharad Brinn che ha già collaborato con lui nel progetto Kompendium, e un coro (niente testi comunque, si tratta di voci senza parole che intervengono in un contesto ampiamente strumentale) e, ciliegina sulla torta, ingaggia nientepopodimeno che Tom Newman e Simon Heywoth, e cioè i produttori di “Tubular Bells”, per non lasciare nulla al caso. A questo punto potreste temere che tanta ambizione e tanta passione per un album storico e arcinoto generino in realtà qualcosa di pacchiano, come minimo non originale e magari pure ruffiano. Il confronto con l’illustre modello è sempre lì dietro l’angolo e a portata di mano: il tonfo, se ci fosse stato, sarebbe stato bello grosso, indubbiamente. La sfida non è facile ma, forse perché lo spirito di Reed è stato improntato soprattutto al divertimento o magari perché il nostro eroe si dimostra in perfetta e spontanea empatia con la produzione di Oldfield, il risultato finale è, alla faccia di chi ha pensato subito male, decisamente godibile, gradevole e assolutamente piacevole da ascoltare, in un modo tale che neanche una non particolare amante di “Tubular Bells” quale io sono avrebbe mai potuto immaginare. L’album riproduce il mood di “Tubular Bells”, le sue belle simmetrie, evidenti persino nella scelta di realizzare due uniche lunghe tracce denominate parte prima e seconda, come avveniva appunto nel disco originale, ma il tutto sta splendidamente in piedi da solo, senza tracotanza ma con la frizzantezza e la semplicità di un primo amore. Anzi, per dirla tutta questo album è ben lungi dall’essere un clone delle campane tubulari perché si può dire che è pervaso a tutto tondo del mondo Oldfieldiano in quanto a sonorità, tematiche e carattere. Si percepiscono aliti provenienti da altri suoi lavori come “Incantations”, “Platinum”, “QE2” o “Crises” convogliati in una miscela che di fatto non copia pedissequamente nessuna di queste produzioni. Una faccenda tutt’altro che banale e scontata, come vedete. Mi perdonerete se non mi dilungo oltre nei dettagli ma credo che non ci sia molto altro da aggiungere, a parte sottolineare ancora una volta la bellezza dei disegni melodici, degli arrangiamenti ma soprattutto la splendida veste sonora di un album curato in ogni piccolo dettaglio. Per finire e per vostro ulteriore godimento segnalo che la leggera e graziosa confezione cartonata include anche un bonus DVD con tre video promozionali e alcune versioni dell’album con mixaggi alternativi. Buon divertimento.



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Jessica Attene

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