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ÄNGLAGÅRD Viljars öga Änglagård Records 2012 SVE

E finalmente arriva il momento dell’attesissimo terzo album degli Änglagård! La band svedese ha fatto letteralmente impazzire tantissimi appassionati nella prima metà degli anni ’90, con due opere molto acclamate quali “Hybris” e “Epilog”. Poi lo scioglimento, il silenzio, le reunion e i rumours di nuove registrazioni per poi ripiombare in nuovi silenzi e trepidanti attese. Col passare del tempo un po’ tutti hanno accettato che la band non ha inventato nulla di nuovo, ma ha riportato “semplicemente” in auge, con quei dischi splendidi e con magnifiche composizioni, sonorità e schemi cari non solo a colossi del calibro di King Crimson e Genesis, ma anche ad artisti di minor fama e autori comunque di grandissimi lavori, quali i francesi Shylock e gli statunitensi Cathedral (e a volte si ricordano anche il trio tedesco Schicke, Führs & Fröhling e i gruppi del prog italiano dei seventies). Nel 2012, a ben diciotto anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, con gli annunci ufficiali delle registrazioni prima e della data di uscita di “Viljars öga” poi, i desideri di chi voleva a tutti costi un nuovo capitolo discografico degli Änglagard vengono esauditi.
La band si ripresenta con una line-up che vede Jonas Engdegård alla chitarra, Anna Holmgren ai fiati, Johan Brand al basso, Mattias Olsson alla batteria e Thomas Johnson alle tastiere. Manca all’appello, quindi, Tord Lindman, da molti considerato un po’ il deus ex machina della band e questo poteva destare qualche preoccupazione: il quintetto rimasto sarebbe riuscito a continuare la strada intrapresa tanto tempo fa senza il suo apporto?
Direi che subito la prima traccia “Ur vilande” (strumentale e lunghissima come le altre tre), fortunatamente, fuga ogni dubbio in proposito! All’inizio siamo subito inondati dal timbro dolcissimo e malinconico del flauto (abbondantemente utilizzato in tutto l’album… che Anna Holmgren abbia preso un po’ in mano lei le redini per quanto riguarda la composizione?), che in seguito, con l’entrata della chitarra acustica e del violino, disegna docili paesaggi bucolici. Immancabile, il mellotron comincia a segnalare minacce in sottofondo e puntuale, verso i quattro minuti, arriva il primo brusco cambiamento. Batteria e basso si fanno incalzanti, le note volano apparentemente come schegge impazzite, le variazioni ritmiche sopraggiungono all’improvviso quando meno te lo aspetti, eppure tutto ha un filo logico… E fino alla fine (15 minuti e 44 secondi la durata dal brano) possiamo ascoltare quelle dinamiche incredibili che caratterizzavano anche i primi due lavori del gruppo e che permettono passaggi da momenti pacati ad altri estremamente infuocati. La seguente “Sorgmantel” è forse la composizione più somigliante a quelle del passato, con tutte le caratteristiche finora già elencate ben presenti, magari meno dinamica e con un maggior abbinamento dei King Crimson furiosi e dissonanti del ’73-’74 e il classico Progg svedese, anche se qualche spunto all’inizio della composizione fa venire in mente, a sorpresa, gli Happy the Man. Soffermiamoci poi sulla terza traccia “Snårdom”: partenza subito caotica e frippiana, con incroci strumentali deflagranti e continue variazioni di tempo con ritmi comunque quasi sempre molto spediti; in prossimità dei tre minuti c’è un cambio di direzione più netto, guidato dal flauto (sempre lui!), che comincia a indirizzare verso temi e atmosfere più pacate e luminose. E le sorprese non finiscono, perché quando ci avviciniamo ai cinque minuti ecco emergere un vivace rock sinfonico che riesce a rievocare persino gli Yes. E mentre le consuete cascate di mellotron si avvertono costantemente in sottofondo, si giunge ai sette minuti quando parte un riff chitarristico assolutamente travolgente e che, alternandosi a passaggi più sereni che vedono il flauto e le tastiere alla guida, viene ripreso diverse volte fino alla fine dei sedici minuti e quattordici di questa stupenda cavalcata sonora. A conclusione troviamo “Längstans klocka”: inizio molto malinconico con piano a scandire note eleganti, subito raggiunto dal flauto, poi le consuete scorribande strumentali fino a un finale circense che è forse l’unica cosa che non convince del lavoro.
In una confezione digipack fa bella mostra la nuova copertina ancora una volta affascinante, scura, misteriosa, autunnale, che a suo modo descrive bene i contenuti sonori di “Viljars öga”.
Il cattivo artista copia, il bravo artista ruba”. E’ una frase molto utilizzata, citata anche dal buon Peter Gabriel e che si adatta alla perfezione per gli Änglagård. Oggi, dopo che sono passati venti anni dal loro esordio, tutti sanno che non hanno inventato niente. Ma ricapitoliamo i punti di riferimento citati in questa recensione: Genesis, King Crimson, Yes, Cathedral, Shylock, Happy the Man, Schicke, Führs & Fröhling. Il gruppo svedese ha rubato qualcosa ad ognuno di questi e, di nuovo, ci propone ottima musica in un album che non può certo sembrare una bomba come apparivano quei due dischi realizzati nella prima metà degli anni ’90, ma che ancora una volta denota le grandissime qualità del bravo artista.


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Peppe Di Spirito

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