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DJAM KARET Regenerator 3017 Firepool Records 2014 USA

Per celebrare i trent’anni di attività con il diciassettesimo disco della loro carriera, un rigenerante 30-17, i Djam Karet hanno scelto un modo piuttosto controverso e... rilassante! Questa nuova raccolta di brani strumentali, sette per la precisione, praticamente registrati live in studio, si distacca dai viaggi siderali di “The Trip” e ci riporta con i piedi (relativamente!) per terra: a dispetto della copertina altamente lisergica il suono di “Regenerator 3017” sposa le tendenze più classiche e romantiche del progressive rock, con qualche sporadica deviazione verso territori più mistici come nell’ipnotica “Desert Warnish” e le giuste, anche se questa volta limitate, divagazioni psichedeliche... Sia chiaro, di elettronica od ambient in questo cd troviamo davvero poco, grande spazio invece alla melodia insieme ad un’atipica fusion dai connotati funk svincolata dalle cerebrali divagazioni jam rock che avevano caratterizzato buona parte della discografia dei Djam Karet, in effetti almeno in un paio di pezzi si mette in evidenza il suono caldo e vellutato del Fender Rodhes e le dinamiche si fanno più accessibili ed amichevoli, niente di particolarmente esoterico... La voglia di fare del progressive rock accessibile e melodico si riscontra nella semplice sobrietà degli arrangiamenti e nelle ariose orchestrazioni del mellotron di Gayle Ellet, atmosfere che ci trasportano verso le più antiche e serene lande genesisiane, con una vena malinconica e sognante che talvolta suona quasi come un omaggio ai Camel... Il brano di chiusura, “On The Edge Of The Moon”, un’altra lunga ballata strumentale dall’afflato crepuscolare ed onirico, quasi mi ha stupito per l’incedere romantico del pianoforte, strumento in effetti abbastanza inusuale per un disco dei Djam Karet! Se escludiamo i loro lavori più orientati all’estetica ambient ed elettronica, “Regenerator 3017” ci fa pensare ad un gruppo che si è mantenuto volontariamente sotto le righe per una musica serena ed introspettiva, forse priva dell’attitudine sperimentale che aveva mosso buona parte delle passate produzioni Djam Karet, apparentemente modesta ma in grado di farsi apprezzare nella sua onesta semplicità....


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Giovanni Carta

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