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DJAM KARET Sonic celluloid HC Productions 2017 USA

Chi ha seguito i Djam Karet con una certa costanza nella loro ultratrentennale carriera sa bene che da ogni nuova uscita discografica può aspettarsi qualsiasi cosa. Certo, hanno trovato uno stile personale ed abbastanza originale che li contraddistingue molto bene ma ci sono stati diversi episodi in cui hanno saputo mescolare bene le carte. Questa recente pubblicazione, dal titolo “Sonic celluloid”, vede i quattro membri originali Chuck Oken jr, Henry Osborne, Mike Henderson e Gayle Ellett unire le forze con Mike Murray e Aaron Kenyon nella creazione di un nuovo percorso che probabilmente tiene anche conto di alcune esperienze solistiche e dei vari side-projects in cui i musicisti sono stati impegnati negli ultimi anni.
Il nuovo lavoro, interamente strumentale, è aperto da “Soul says so”, pezzo caratterizzato da un inizio con un’atmosfera quasi floydiana, che si prolunga per un paio di minuti, prima di una di quelle esplosioni strumentali di cui i Djam Karet sono maestri, con ritmi spediti, variazioni di tempo e intrecci intricati. Colpisce, però, la rilevanza data alla chitarra acustica che riesce a spiccare bene tra le coordinate elettriche su cui si muove la band. “Forced perspective” è il seguito ideale, tra scenari sonori suggestivi, melodie ariose, un pizzico di elettronica. “Musica come film”. E’ così che gli stessi Djam Karet presentano questo album e continuando l’ascolto si capisce meglio cosa intendono con questa definizione, per merito di una serie di brani di durata contenuta (solo uno si avvicina ai sei minuti, tutti gli altri si mantengono sotto i cinque) in cui i musicisti sono impegnati a creare sfondi musicali che stimolano la fantasia dell’ascoltatore e che possono rimandare alle suite di Mike Oldfield o Jean Michel Jarre, alternati a impennate che portano ad un sound più frenetico che di volta in volta si spinge verso il jazz-rock o verso cari colori cremisi. In tutto questo la band di Topanga è capace di inserire anche melodie immediate, ma particolari, dettate dall’ampio arsenale di tastiere utilizzate (Moog, Mellotron, organo Hammond, piano elettrico Fender Rhodes) o dai tocchi eleganti della chitarra acustica. “No narration needed” è forse il brano più emblematico, con le sue varie sfaccettature e le continue variazioni, ma intrigante è anche il rovescio della medaglia rappresentato dalla breve “Lower”, tre minuti in cui echi di tastiere, soundscapes ed effetti sonori di vario tipo (onde del mare, rumori di macchine, vocii di una folla, ecc.) si uniscono alla grande.
Sembrano scorrere in un attimo i tre quarti d’ora di “Sonic celluloid” in cui i Djam Karet dimostrano ancora una volta di saper esplorare le possibilità che offre la tecnologia odierna. L’impressione è che abbiano voluto provare a far avvicinare il più possibile i mondi che hanno esplorato maggiormente in passato, quello vivacissimo fatto di intarsi strumentali mozzafiato e quello dell’ambient tecnologico e onirico. Il risultato finale convince ed è piacevole, anche se non al livello dei picchi più alti raggiunti dalla band con i suoi album migliori. Sempre lontani dal mainstream, i Djam Karet riescono a farci sognare ancora con un disco più accessibile e melodico rispetto ai loro standard, ma che di certo non ha nulla di commerciale. La solita garanzia!



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Peppe Di Spirito

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