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FERNWOOD Sangita autoprod. 2009 USA

Todd Mongomery e Gayle Ellett riprovano per la seconda volta, a distanza di due anni, a conquistare il mondo con il loro progetto multietnico.
Questo "Sangita" riprende il discorso che sembrava essere concluso con il precedente lavoro "Almeria". Logicamente il fattore novità si perde e ci troviamo di fronte a composizioni che risultano meno interessanti, anche se impeccabili da un punto di visto esecutivo, rispetto al fortunato esordio.
La formula è sempre la stessa: usare solo strumenti acustici, nella maggior parte dei casi fatti esclusivamente di legno, provenienti da diverse parti del mondo. Il risultato è una miscela di melodie etniche mischiate a sonorità acustiche a noi molto più familiari.
Rispetto al disco d’esordio si è provato ad estendere il numero degli strumenti acustici impiegati e nelle dodici tracce che compongono questo "Sangita" è possibile ascoltare bouzuki greci e irlandesi, sitar, oud, dilruba, harmonium, ruan, oltre a violini e chitarre rigorosamente acustiche.
Considerando i protagonisti (ricordiamo che Gayle Ellett fa parte dei Djam Karet), le composizioni son sempre costruite molto bene e risultano in ogni modo interessanti, anche se i non amanti di determinate sonorità troveranno questo lavoro alla lunga abbastanza noioso e stucchevole.
L’uso del sitar nelle prime composizioni ci porta verso atmosfere indiane che sfumano verso lidi più mediterranei con lo scorrere del minutaggio del cd. Il tutto viene condito dalla tradizione americana che va ad unire queste sonorità a quelle più tradizionali del bluegrass e del country statunitense. “Sangita” da questo punto di vista riesce ad unire vari modi di intendere la musica in un unico linguaggio multiculturale.
Atmosfere rilassate, melodie ariose che forse indurranno alcuni verso alte vette meditazionali altri purtroppo verso sonni altrettanto profondi.
Le composizioni più interessanti di questo lavoro sono senz’altro “Ring’s waltz”, il brano dalle atmosfere più americane, grazie all’uso del banjo, ”Mistral” che ricorda qualcosa del Peter Gabriel più multietnico, “Sargoza” che sembra uscita da un qualsiasi disco del catalogo Windham Hill e “Kestrel”, dove il linguaggio sonoro proveniente dall’Andalusia si unisce a quella americano e asiatico.
Disco come il precedente adattissimo per una colonna sonora di un documentario naturalistico o per un programma televisivo dello stesso stampo.
Se non conoscete questo progetto vi troverete davanti ad un gruppo che riesce in ogni brano a mettere sfumature sonore che non si trovano molto semplicemente in altri lavori dello stesso genere. Chi ha amato "Almeria" amerà anche questo “Sangita”, ma se ci si aspetta da un disco sempre qualcosa di diverso forse rimarrà deluso.
Per appassionati del genere.


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Antonio Piacentini

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