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ARASHK Abrahadabra autoprod. 2006 IRAN

Per chi ci segue il nome di Salim Ghazi Saeedi, poliedrico musicista iraniano e autore di tre album, non dovrebbe risultare nuovo. Gli Arashk sono il gruppo nel quale ha militato prima di iniziare la sua interessante avventura solistica. Ad accompagnare Salim, che nel disco suona la chitarra, tastiere e basso, sono Pouyan Khajavi alla chitarra e Shahram Khosraviani alla batteria. Prima di iniziare la disanima dell’album bisogna evidenziare quelle che sono le effettive difficoltà nel suonare musica, ed in particolare l’occidentale rock, in Iran, da sempre osteggiata dal regime Islamico. Non a caso una che una delle prime cose fatta dalla Rivoluzione Islamica capitanata da Khomeyni fu quella di distruggere il conservatorio di Teheran. Tutto questo preambolo è necessario per capire il contesto in cui hanno lavorato gli Arashk ed avere un giudizio più morbido nel giudicare le varie imperfezioni dell’album. Prima fra tutte la produzione del disco, ad opera dello stesso Salim è molto amatoriale; ad ulteriore scusante del musicista iraniano c’è da dire che questa è stata la sua prima esperienza in assoluto come produttore e che, col passare degli anni, nei dischi successivi, migliorerà sensibilmente. Per quanto riguarda la musica, essa gira tutto attorno alla chitarra facendo riferimento principalmente all’universo hard rock e heavy metal; generi che in alcuni brani (“Horizon”, “Route”) sono proposti in maniera abbastanza standardizzata, mentre altri pezzi sono contaminati da sprazzi dei generi più disparati: dal jazz al progressive, dall’avanguardia alla musica persiana. Caratteristica, quella di spaziare fra più generi, che verrà raffinata da Salim nel corso degli anni e diverrà un suo marchio di fabbrica e che in “Abrahadabra” troviamo sviluppata ancora in stato embrionale. Ciò di cui certamente non difettano gli Arashk sono l’energia e la vitalità, la loro musica sprigiona voglia di fare e di esprimersi. Tuttavia questa vivacità sconfina spesso in ingenuità, la band spesso si perde in universo musicale che non riesce a governare. Ad esempio gli elementi di musica mediorientale (vedi “Dance of Gods”, “Joker” e “Abrahadabra”) sono usati in maniera abbastanza stereotipata e invece di insaporire gli intrecci sonori della band li rendono un po’ banali e scontati.
Il gruppo, è inutile girarci attorno, è principalmente Salim Ghazi Saeedi e la sua chitarra. La batteria è quasi sempre scontata che assieme al basso, suonato dallo stesso Salim, creano schemi ritmici elementari, mentre le tastiere sono usate al minimo e come mero riempitivo del sound. Onestamente non si può distinguere con certezza la chitarra di Khajavi da quella di Saeedi, ma conoscendo i lavori successivi di quest’ultimo e plausibile credere che il lavoro chitarristico principale sia il suo. Un lavoro, che al netto di tutti i difetti/ingenuità già riscontrati, in quest’album è comunque notevole e difficilmente si è sopraffatti dalla noia.
Il musicista iraniano ha un vulcano dentro e il problema maggiore è proprio quello di riuscire ad indirizzare tutta la sua voglia di fare ed esplorare. “Abrahadabra” è solo il primo passo, ne seguiranno molti altri, in cui pian piano tutta la sua energia verrà convogliata sempre in maniera più intelligente e consapevole.
Ad ogni modo quello che abbiamo tra le mani è un disco vivo, verace che esplode passione per la musica e frutto di una dedizione certosina verso la musica. E’ una testimonianza interessante e imprescindibile del percorso artistico di Salim Ghazi Saeedi.


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Francesco Inglima

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