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DAAL Disorganicorigami Mellow Records 2009 ITA

DAAL è un progetto di Davide Guidoni e di Alfio Costa e come tale mi ero immaginata una sintesi fra le varie esperienze che hanno coinvolto nel loro recente passato artistico questi due personaggi, il primo batterista di Gallant Farm, The Far Side e Taproban, il secondo tastierista di Prowlers, Tilion e Colossus Project, solo per citare i capitoli più importanti delle loro carriere. Anche le circostanze in cui è nato questo album mi avrebbero fatto pensare a qualcosa di diverso: un incontro fra due musicisti in un casale di campagna in condizioni di pieno isolamento dal caos della vita di tutti i giorni, a contatto con la natura e col proprio spirito, non mi aveva indirizzato verso quello che in effetti è il contenuto sonoro di questo disco. Quella di cui vi parlo è un'opera molto ispirata e sperimentale, che non si barrica dietro ad alcun preconcetto, vincolo o definizione ma che cerca di trasformare in musica qualcosa che parte dall'interiorità di due persone che hanno condiviso assieme un segmento della propria vita artistica.
Cosa ha questo disco che possa ricordare una settimana trascorsa a contatto con la natura? Un'immagine lontana nella mia memoria mi ha aiutato a capirlo e ho pensato a quando, alzati gli occhi verso l’alto in una chiarissima notte in aperta campagna, vidi un meraviglioso cielo densissimo di stelle che somigliava ad una meravigliosa trapunta blu tempestata di cristalli lucenti, spettacolo inaspettato e sorprendente per chi è abituato a vivere in città. E' proprio in un momento così che la mente si stacca dai paesaggi terrestri e si proietta verso lo splendore di tanti mondi possibili, riuscendo ad assorbire pienamente l'energia e la magia del momento. Ci si stacca dal proprio orizzonte, si perdono i comuni punti di riferimento e finalmente si è liberi di spaziare, proprio come la musica di questo album si proietta verso innumerevoli direzioni artistiche.
In questo senso la traccia di apertura, "Holocaustica", sembra quasi celebrare il distacco dal mondo del caos, con i suoi suoni sintetici e la sua struttura sonora aspra, ai limiti dell'industrial, con i minacciosi suoni delle sirene ed i ritmi serrati della batteria. Si tratta di qualcosa che fa letteralmente vibrare i nervi ma che rappresenta il trampolino di lancio che ci proietta verso la nostra interiorità. Non a caso "Chimaira" inizia con il ritmo rassicurante del battito cardiaco mentre i suoni taglienti si organizzano a formare linee melodiche decise ed intelligibili che si espandono con grande energia. I riff di chitarra sono delle raffiche travolgenti e la musica è incalzante ma in questo universo sonoro tutto muta velocemente e nella fase finale abbiamo una vibrante trasformazione space-rock che sembra quasi evocare ampi paesaggi cosmici. Con le sue sonorità etniche indiane, scandite dal ritmo delle tabla, che si mescolano a sensazioni elettroniche, “Mo(o)nso(o)n” si trasforma in pura astrazione ascetica dal retrogusto tecnologico. “Brain Melody”, oscura e spettrale, gioca ancora sulla fusione di suoni sintetici ed acustici, mescolando i synth, con tanto di Mellotron, al piano e al sax con un risultato finale che ci ricorda, senza clonarli, i King Crimson di “Red”. Al centro dell’album viene collocata la traccia più lunga, “The Dance of the Drastic Navels Part 1” che parte dalla musica elettronica, con riferimenti ai Tangerine Dream, per debordare inaspettatamente verso divagazioni free jazz, con Alessandro Papotto (Periferia Del Mondo e Banco) al sax, oboe e clarinetto che si scontra con le tastiere stregate di Alfio. La breve title track è un intermezzo minimalista che ci accompagna verso la cover della Floydiana “A Saurceful of Secrets”, rivisitata nelle sue sfumature sonore, con Fabio Zuffanti al basso e le voci di Laura Mombrini e Cristina Vinci.
Siamo in dirittura d’arrivo con la conclusiva “Children of our Dreams”, un rilassato e romantico quadretto per flauto, piano ed archi, suonati da Vincenzo Zitello, grande concertista italiano con un curriculum davvero invidiabile. In realtà c’è tempo anche per un breve bis, dal momento che il CD comprende anche una speciale bonus track e cioè la cover del brano dei Ragnarök “Var Glas Var Dag” già presentato su “Rökstenen”, bellissimo tributo al Progressive Rock dei Seventies svedese. Siamo davvero arrivati alla fine del nostro viaggio sonoro e l’esperienza di ascolto è stata intensa, sia per la gran quantità di materiale sia per la sua eterogeneità ma questo non è assolutamente un fattore negativo dal momento che il mondo del Prog dovrebbe accogliere sempre con gioia e interesse quei lavori in cui i musicisti cercano di espandere i propri orizzonti musicali. Forse non sarà niente di assolutamente nuovo ma questo album è davvero riuscito soprattutto sul fronte delle contaminazioni stilistiche e anche sul piano compositivo. Consigliato a chi non ha pregiudizi.



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Jessica Attene

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